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racconti, pensieri, parole di Helga Dusetti

Ciao, questo sito/blog esprime l'esigenza di vedere pubblicate le mie storie ed i miei pensieri.L'editoria tradizionale mi ha anche offerto piccole occasioni in passato ma non ho mai considerato "etico",nè logico accettare di dover pagare per veder pubblicato un mio lavoro. Che le storie soffochino nei cassetti è però
altrettanto illogico,
quindi...
eccole qua,
sono di chi vuole leggerle.
Contatto:


Questo "strano" racconto nasce ascoltando in loop lo stesso brano e sforzandosi di non pensare troppo a quel che usciva fuori, una specie di scrittura liberatoria con sterzata finale per conferirgli comunque una spruzzatina di logica. Ma l'intento è stato raggiunto? A voi la risposta.
C'erano altri motivi, poteva ornare i propri discorsi come una donna s'ingioiella per uscire, rendere regina una serva, ma non avrebbe ottenuto altro che un sorriso ed un'alzata di spalle. Inciampava ogni giorno in spigoli di insidiose verità, incastrati nella propria vita come insalata tra gli incisivi.
Di cosa parlavano, davvero, i suoi scritti? A chi si rivolgeva, macinando parole rabbiose, quasi una sull'altra, file ordinate di merdose frasi ad imbrattare intere pagine web, una dopo l'altra, una dopo l'altra, dal tramonto all'alba?
"Cazzo, ti pagano, stellina, allora fallo, fallo ancora, porca vacca"
Aveva sempre ascoltato suo padre, da brava bambina.
C'era chi li aspettava trepidante, i suoi articoli ribollenti cattiverie, chi non vedeva l'ora di veder piovere, da dietro un vetro.
Si, bravi, finché non vi schizzano, a ridere di chi s'infradicia.
E comunque ogni volta, alla fine ci arrivava nuda e scorticata, ferita dallo stesso spinoso cilicio di parole che usava per mortificare gli altri.
C'erano motivi per farlo, raccontava crepe che vomitavano liquidi verdi luccicanti, tutt'intorno ai piedi, impossibili da chiudere con le mani, rivoli di biliosa schiuma sversati nel fiume del pensiero ottuso di chi non ascolta più, di chi non ha mai ascoltato.
Componeva spazzatura per non comporre arte e alla fine erano un po' la stessa cosa.
Credeva di cibare un desiderio, ballare su musiche di altri, essere tramite per bocche non cosi' capaci dell'ingiuria giusta al momento giusto.
Lo chiamava il suo lavoro, ordinare l'alfabeto casuale dell'improperio, com'è lavoro sgozzare maiali che da domani si chiameranno prosciutto, magia magia.
Sua la santa missione di odiatrice seriale, testa bassa e avanti tutta, anche se...i motivi c'erano, e non erano i disegnini ripetuti all'infinito sulla trama della tenda in balcone. Sollevata la lampo che le chiudeva il cuore, abbottonata l'anima cosi' stretta da impiccarla, a stellina non restava che un indice dall'unghia mordicchiata, per fare "click" e fare il male, credendosi capace di soffiarlo fuori come siero velenoso di serpe cocciuta, ma senza aver notato una testa spuntare dalla coda per morderla a sua volta. Nel pattern disegnato sulla lucida, tesa, pelle di quel serpente si susseguivano i poligoni, dritti, capovolti, affiancati, alternati, infiniti poligoni, verdi e marroni, orrenda carta da parati per motel da quattro soldi.
C'erano, c'erano eccome.
Quando il veleno ti gonfia le ghiandole tendendole al limite devi pur sputarlo, sopra chi canta, parla o ride, per non soffocare. Lo sguardo di chi legge piantato sulle offese come un chiodo nel bel mezzo della fronte, t'incolla al destino che ti è venuto a cercare mentre rotolavi fuori dal bozzolo dell'adolescenza. Ricordi stellina? Com'eri felice all'inizio...
Trascorrevi gran parte dei tuoi deserti pomeriggi a frugare un vocabolario di pessimi esempi per strappare all'indifferenza della platea social un pollice in alto, che in poco tempo son diventati due, tre e duecento e duemila e non si fermeranno.
Vedi? C'è scritto accanto: mi piace, mi piace, mi piace...
Eppure non hanno mai smesso di punzecchiarti. L'odio è sempre sia fuori che dentro, seme che attecchisce su tutti i substrati umani, tenace ed immortale, dal quale non puoi liberarti semplicemente regalandolo.
E' stato bravo ad esortarti, tuo padre:
" sputa stellina, sputa annegali tutti che se lo meritano".
Non ti sei fatta domande, hai imparato. Ma l'indolente silenzio di certuni ora ti delude e costruisce uno specchio in cui ti rifletti senza vedere nulla.
Li distruggi e non rispondono. Li sbeffeggi e leggono senza replicare. Ma come, cazzo!
E' evidente che alcuni individui posseggono carapaci più robusti del tuo, forgiati in strati da decenni di indifferenze genitoriali, e sai che gli importa d'una bimba viziata con manie d'onnipotenza che a furia di convincersi di essere stella ha perfino dimenticato la propria, totale incapacità di emettere luce, brillando solo di riflessi altrui.
Dei tuoi motivi, quali che siano, non conoscono e non vogliono conoscere un bel niente.
Per tutti sei la stronza fantasma acquattata dietro la tastiera, belva in agguato pronta a mordere con forza la carne tenera di chi non si sa difendere. Eletta dagli internauti ancella dello sberleffo moderno, ogni espressione un graffio atto a provocare il sanguinamento, mentre chi è capace di schivare le unghiate spalanca la bocca in un beffardo sorriso che potrebbe inghiottirti.
Più di tutto è il recente silenzio a spaventarti, l'assenza di commento, eco mancante che disintegra le parole, come non fossero mai state digitate:
"Dove siete, tutti? Che state facendo? Come posso esistere senza di voi?"
Stellina si è perduta e stenta a ritrovarsi, il web è diventato una landa inospitale, non così dissimile dai pomeriggi nella cameretta dei suoi tredici anni, là dove tutto ebbe inizio, prigione rosa per paralitiche dalla nascita, livide di rabbia.
Un monitor acceso quale finestra da cui vedere il mondo, unico dono di padri piccoli piccoli, ed annichilite, ingobbite, sprofondare nelle sedie a rotelle, giorno dopo giorno, poi lentamente sparire, sotto montagne di motivi.

Un adolescente privo di vera famiglia manifesta problemi nell'inserimento in società, purtroppo l'unico ad avvicinarlo è tutt'altro che un amico.
Che siate uomini o donne poco importa. Perché infilarvi nelle mie scarpe non risolverà il problema.
Indossare guanti non vi renderà immuni, ci sarà sempre qualcosa che vi schiferà e che sarete costretti a toccare.
"Respira", mi dico quando accade.
A volte e' utile, a volte no.
"Cosa vuoi farci, il mondo e' viscido", dice mia zia Clementina. Poi pero' si lecca le dita sfogliando la rivista coi programmi tv. Potrebbe esserlo di meno, in effetti. Quelle persone che mangiano spruzzando briciole. Le fisso, sparse sul tavolo della mensa e sembrano camminarmi incontro, vive.
La sensazione terribile d'una patina d'unto sui palmi, come se maneggiare volesse dire incollarsi a tutte le cose, a tutte le persone...
"Il mondo tutti lo maneggiano", dichiara mia zia Clementina, che è la sola famiglia con la quale ho mai avuto a che fare. "Papa'"e "mamma" per me sono parole che disegnano fantasmi.
Sarà per quello, credo, che ho difficoltà a farlo, toccare cose che altri toccano. La verità la so, non avrò mai nulla tra le dita che altre dita non abbiano già palpato prima. E' davvero triste.
"Respira", mi dico mentre realizzo questo.
Comunque v'informo che una soluzione potrei averla trovata. Recentemente ho fatto amicizia con Sarim. E' il mio nuovo vicino di casa, e' musulmano e ogni giorno viene da me a spiegarmi l'Islam. Non ho ancora capito molto per la verità, si siede qui accanto, col Corano tra le mani, e parla, senza toccarmi. Qualcuno che non vuole alcun contatto, come me. Già qualcosa.
"Respira", mi dico mentre lo ascolto, e siamo subito fuori da questo mondo, due adolescenti dello stesso sesso seduti ai lati di un divano, senza cellulare, che affrontano problematiche adulte. Quadretto non proprio consueto.
Sarim dice che quel che non va bene dev'essere cambiato. Io non vado bene, zia Clementina lo sa, anche se non capisce precisamente perché, ed io neppure.
Per cambiare potrei esplodere, ha detto. Non dovrei mai più essere obbligato a toccare nulla, fuso col mondo come non mai, divenuto buco nero, l'estremo passato remoto di una stella.
Potrei sedermi al tavolo della mensa un giorno qualsiasi di una settimana qualsiasi poi guardare bene tutto il brulicare di microbi attorno, sul tavolo e non, e... fhhhhh, soffiarli via...un bacio d'addio sulla mano, pulire con accuratezza questo spicchio di mondo.
Zia Clementina sarebbe stupita, almeno. Credo non s'aspetti nulla da me, né bene né male, ma stavolta sì, che rimarrebbe senza parole.
E tutti quelli che non mi hanno mai nemmeno guardato negli occhi, troppo occupati ad aggiornare i profili dei social con le foto dei cocktail del sabato sera, gli sguardi vacui ai quali manca solo l'asticella che indica il livello di alcool, quelli che sorridono appena quando gli passo vicino, cosa penserebbero?Ammesso che ne avessero il tempo, dico.
Il giorno dopo avermi visto brillare a distanza di sicurezza si chiederebbero: "Chi? Ah... quell'orfano nerd senza amici. Ok."
"Respira", continuo a ripetermi, "quelli non cambieranno, non ce la farai, se diverrai una cometa sarà per te"
Chi crede che si abbia paura, prima, non conosce bene la paura. Crede sia quel brivido sulla pelle mentre la giostra ti capovolge, invece e' un treno che ti percorre le viscere, strappo verticale, un tiro di sciacquone interiore e via, rapido il vuoto ti risucchia e ronzano verso il niente le mie molecole. Sarim dice che niente e' un paradiso. Nella mia mente potrebbe avere senso, a fronte della soffocante morsa che stringe la mia gola ogni minuto del giorno.
Dire "respira" e' diventato il mio mantra, tento ogni volta di ricompormi in quella parola ma e' come stessi già deflagrando, solo in silenzio. E dopo aver silenziosamente già vissuto sedici anni cosi' non voglio andarmene senza aver mai neppure sentito cosa si prova facendo rumore.
A zia Clementina ho anticipato che un giorno me ne andrò di casa.
"Sicuro, tutti lo fanno, ragazzo mio"
Quando, ancora non l'ho deciso, ma come sì.
Nel frattempo "respira" e' l'unico lembo di preghiera che mormoro, per addormentarmi nel buio.
Una piccola riflessione scaturita durante l'assurdo periodo della segregazione pandemica, protagonisti un uomo e il suo cane.

Nel vento che spazza poche foglie, sulla strada deserta, alle nove del mattino, pesticciano un cane che tranquillamente annusa qua e là per fare la cacca ed il suo padrone.
Nessuno s'affaccia alla finestra gridando:"raccoglila!", forse qualcuno lo pensa, anche, ma resta dietro il vetro, offuscato dal velo leggero di un tendaggio.
Il padrone si guarda attorno, sembra piuttosto sereno, ha in mano il sacchetto come vuole il regolamento, nell'altra il guinzaglio.
Il cane pensa: "ma quanto ci vuole, oggi..."
E gira su se stesso.
Il padrone pensa :" ma quanto ci mette, oggi..." e glielo chiede pure:
" Camillo, ma quanto ci metti, oggi?"
"Vorrei vedere te, imbecille", risponde nella sua testa il cane, "se penso che mi hai chiamato Camillo non la faccio nemmeno, guarda."
La verità è che andava cercando un odorino, un odorino speciale che gli piaceva proprio e che poi era quell'impulso che bastava per decidere di farla proprio lì...o lì.
Ma non c'è niente, proprio niente di niente di niente di ciò che ricordava. Il marciapiede è così lindo da sembrare finto, devono aver pulito così tanto in questi giorni che odora più il garage del padrone, della strada. A sentire bene un aromino sotto sotto c'è ma un po' fa il solletico e un po' brucia e al cane decisamente non piace.
"Vediamo se questo coglione capisce che questo posto non funziona"
E volge il musetto verso l'alto.
Del padrone vede solo gli occhi, ha un cappello calato sulla fronte sino alle sopracciglia, ed una strana fascetta azzurra che gli nasconde la bocca.
"Aiuto... ma chi è questo?!"
Camillo strattona spaventato il guinzaglio schizzando indietro e al padrone, che non se l'aspetta, sfugge la presa.
E corre, corre il cagnolino, trascinandosi dietro il guinzaglio, attraversando la strada, salendo e scendendo i gradini esterni dei palazzi, aggirando i pali della segnaletica e le automobili parcheggiate.
Ma all'angolo della via, in quell'intrico gigante di strade dove in cima ai pali brillano le luci, di colpo si ferma.
Ha visto rombare lì le scatole che corrono, anche quelle davvero grosse, lunghe, rumorose, paurose...e anche un amico finire schiacciato. Si volta a destra e a sinistra. Ma non c'è proprio niente, e nessuno, solo una striscia d'asfalto, con la riga bianca in mezzo, completamente deserta.
Il vento gioca con un sacchetto di plastica giallo volato da chi sa dove, glielo fa passare proprio davanti. Camillo si butta in strada fiducioso:
" oh, che bello, tutto libero, allora vadooo, vadooo"
Le sue orecchie saltellano con lui, esprimono tutta l'allegria che lo muove mentre batte il naso sul sacchetto spingendolo avanti, un colpo, un altro...pochi istanti di felicità...ma all'ultimo balzo il sacchetto svirgola da un lato, e lo manca, mentre qualcosa lo trascina giù bruscamente. Ricade sulle zampette e si volta, stupito :
"ah, sei tu.. hai finito di fare scherzi?" Riconosce i lineamenti del padrone, lo ha raggiunto e adesso tiene il rettangolino azzurro appoggiato sul collo, anzichè sulla faccia.
"Camillo, ma che ti prende, mi vuoi far prendere una multa?! Questa quarantena fa male anche a te, andiamo su, andiamo..."
Il cane si lascia condurre sulla via del ritorno , ma ogni tanto si volta indietro. Quel sacchetto, dove sarà finito, volava libero, così libero...rendendo libero anche lui. Trotterellare appesi ad un guinzaglio è una ben magra alternativa.
"Camillo, questo duemilaventi non ce lo dimenticheremo facilmente, vero?" gli borbotta il tizio su due zampe.
Se ne fosse capace Camillo sorriderebbe. Invece continua a caracollare, all'apparenza indifferente, come un cane qualunque, condotto al guinzaglio, la coda spostata, non si sa se per divertimento o per noia, da un lato all'altro del posteriore.
Ma che differenza vuoi che faccia, il duemilaventi? Questo è un mondo per padroni a due zampe che ti scelgono uno stupido nome e lo ripetono chiamandoti in continuazione, mondo per scatole che rombano, guinzagli e fare i bisogni, e vieni bello c'e' la pappa e stai un po' giù, dormi, stupido cane, e vieni a vedere che hai fatto, cattivo si, cattivo... considerando che il duemilaventi per lui è proprio come il duemiladiciannove, smette di scodinzolare, varca la soglia e ricomincia la quarantena.

In un piccolo paese di provincia qualcuno osserva con attenzione senza brama di pettegolezzo, con l'unico intento di "correggere" eventuali errori...
Lo chiamavano dottore, e gli pareva strano. Suonavano il campanello, con insistenza, anche, se tardava a raggiungere la finestrella sbarrata, pesticciando sul marciapiede come a ribadire la loro urgente presenza lì, nell'ora destinata al riposo di tutti, che per Alberto era l'ora del lavoro.
“Dottore, volevo un ciuccio. Sa, mia moglie non lo trova, l'abbiamo cercato dappertutto...Robertino tiene sveglio tutto il condominio, non s'addormenta senza, tra un po' ci mandano i carabinieri!!”
“Dottore mio papà ha finito la bombola d'ossigeno...lo so, è tardi, è che me ne sono accorto solo ora, che vuole, corro tutto il giorno...”
“ Dottore, è venuta la guardia medica...una colica...si, ho la ricetta...”
Lui l'etichetta di dottore non la voleva mica. Lo sapeva che quell'appellativo era valido per tutti i laureati, ingegneri elettronici compresi, ma che c'entrava l'elettronica col termine “dottore” proprio non riusciva a concepirlo. Non curava nessuno lui, figurarsi l'ingegnere elettronico.
Gli piaceva invece, e molto, la definizione della sua professione che aveva trovato su una pagina web, accanto all'immagine dipinta da un bravo pittore tedesco, Carl Spitzweg, farmacista anch'egli, citazione di tale Teofrasto Paracelso che argutamente sentenziava: “L'alchimia serve a separare il vero dal falso”.
Perciò ne aveva fatto la sua missione.
Aveva scelto il turno di notte per stare da solo, si guadagnava bene e a casa non c'era nessuno che poteva lagnarsene.
Nel silenzio del suo ufficetto, su quella strada di paese che di giorno brulicava di popolo e di notte lasciava udire solo il ripetuto passaggio d'auto frettolose, attendeva, con un libro in mano, o navigando in internet, nell'unica luce del monitor a schermo piatto. Certe notti non veniva nessuno, ma lui restava sempre sveglio, pronto all'eventualità di un cliente improvviso.
Una sera, verso mezzanotte, suonò il campanello Marino il carrozziere.
Alberto aggirò la scrivania e s'avvicinò alla finestrella. Dopo averla aperta disse: “ Si?”
“ Eh...volevo...mi servirebbe una confezione di...di...profilattici, ecco.”
“ Ha preferenze per la marca? Per il tipo? La confezione la vuole da dodici o da ventiquattro?”
Snocciolò la sua raffica di domande prestabilite con naturalezza, restando in attesa delle risposte, con gli occhi puntati negli occhi dell'interlocutore.
Quello invece si contemplava le scarpe.
“Eh...no, no, una confezione qualunque, faccia lei...”
Alberto si divertì ad insistere:
“ Si, ma, da dodici o da ventiquattro?”
Il carrozziere farfugliò che dodici andavano bene e il farmacista si spostò nel negozio retrostante, passando per il laboratorio.
Senza accendere la luce, soltanto grazie a quella dei lampioni, trovò il cassetto giusto ed estrasse una scatolina.
Gli veniva da sorridere. Era un lavoro interessante, il suo. La moglie del carrozziere stava in ospedale, dopo il laborioso parto del terzo figlio...con chi li doveva usare, quei benedetti profilattici?
E siccome la sua missione era “separare il vero dal falso” e a seguire “il giusto dallo sbagliato”, si fermò un istante in laboratorio, aprì la scatola con un temperino, e scappucciato un ago sottile da una confezione già aperta sul banchetto, praticò un microscopico ma profondo forellino su alcune delle bustine che racchiudevano i profilattici. Non in tutti, perché il destino è destino, e ad ognuno il suo.
Con una rapida passata di colla stick richiuse la scatolina e l'infilò in un sacchetto di carta bianco. Fu costretto a tornare in farmacia per battere lo scontrino alla cassa e finalmente si riaffacciò dalla finestrina con le sbarre, porgendo la merce imbustata.
“Ecco, signore, sono nove euro e cinquanta.”
Marino il carrozziere si frugò in tasca del giaccone, guardandosi intorno più volte, pescò una banconota da cinque e una manciata di monetine e lo pagò.
“Grazie e...buonanotte”, aggiunse Alberto, con un sorrisetto.
“Eh...si,si, buonanotte...”
Il cliente si allontanò in fretta, stringendosi nelle spalle, con le mani piantate nelle tasche del giubbotto, il sacchetto rapidamente occultato in una di esse.
E voilà.
Alberto riprese posto alla scrivania, le spalle curve, classica postura di sempre. Forse sua madre non aveva tutti i torti quando lo rimproverava: “Albè, stai su dritto che mi pari un corvo!”
Del corvo aveva un po' anche la faccia, con quel naso adunco, le guance scavate e i capelli neri neri che spiovevano, lisci e lunghetti, da tutte le parti.
C'era un mondo, sporco e bugiardo, fuori da quella finestra e dentro il monitor, davanti a lui. Lo guardava ma ne restava fuori, nel nido semibuio del proprio ufficio, irraggiungibile e incontaminabile.
Il gioco di poco prima era uno dei modi che aveva trovato per interagire con quel mondo, frapponendosi tra le strane cose che lo popolavano e che trovava moralmente ingiuste. Non credeva in Dio, perché nessuno glielo aveva insegnato, ma non per questo mancava della capacità di distinguere i modi corretti da quelli che non lo erano.
Lo disturbavano la scortesia, la menzogna, il sentore di iniquo dentro le vite umane...lui non si considerava uno di loro, era piovuto per caso, su quel pianeta, alieno ai biechi costumi dei propri tempi, costretto a vederli ma non a subirli, destinato alla missione di riparare torti, quando possibile.
Non era difficile, infondo, affidare a se stesso tale compito. Non ne aveva altri.
Vissuto con la madre sino alla sua morte, abitava ancora nella vecchia casa, nella vecchia strada, e il vecchio gli era entrato dentro, a volte non ricordava quanti anni aveva, gli pareva d'essere al mondo da un'eternità.
Le facce ai davanzali che sbirciavano i passanti, tra le piantine di salvia e basilico, si coprivano di rughe, giorno dopo giorno, qualcuna spariva, ne giungevano di nuove...non accadesse mai che la platea di non paganti spettatori della vita altrui restasse vacante...di cosa avrebbero parlato, poi, le vedove, incontrandosi sull'irta salita che conduceva al camposanto?
Il sommesso brusio di tutte quelle voci lo irritava almeno quanto le ingiuste cose che tentava di commentare. Era fine a se stesso, perciò inutile, come la macina che gira ancora, e ancora, quando il grano da macinare è ormai terminato.
Probabile, anzi certo, che fosse anch'egli oggetto di quello sterile sciabordìo di commenti.
Non che gli importasse, in realtà. Era vaccinato contro le stronzate. Aveva sempre ben fisso in mente chi era, cosa rappresentava, tutto il resto era...noia, come nella canzone.
Superata quella, giungeva l'ora dei torti da riparare, Alberto strisciava fuori dal proprio lindo universo ed incontrava i morti viventi...lo incuriosivano ma non riusciva proprio ad ignorare l'orrore in ciò che vedeva, perché per quanto apparissero viventi, sempre morti erano, infondo.
Ad esempio, in passato gli era capitato di dover “punire” un'arrogante signora sulla cinquantina, una persona dall'apparenza sin troppo cortese ma intimamente sgradevole ed invidiosa. Disprezzava l'immagine intrisa di buonismo e pietà che elargiva di sé, nell'evidente certezza ch'ella era tutt'altra cosa. Conosceva da fonti sicure quello di cui era capace. Era riuscita a sabotare l'azienda del cognato, provocandone il fallimento, senza farsi il minimo scrupolo della sorte della sorella e dei nipoti, naturalmente a causa dell'invidia che provava nei suoi confronti, la quale andava consumandola fin dall'infanzia. Nonostante tutto riusciva ancora a fingere, perfino con se stessa, di non essere responsabile di quanto accaduto. Il lassativo nelle gocce di sedativo per la tosse di certo aveva svolto il suo ottimo, mirato compito, ponendola sul water, con la livida faccia contratta per il resto della nottata.
Le aveva regalato una cosa molto, molto preziosa: tempo per riflettere. Ma ella ne aveva fatto buon uso? Ne dubitava.
Probabile avesse impiegato anche quello ad invidiare, magari i propri più stretti familiari che, nelle loro stanze da letto, ai suoi occhi, erano colpevoli di dormire immeritati sonni tranquilli.
Il farmacista non era affatto un illuso. Alcune persone, rifletteva, nascevano maligne e cieche ai bisogni altrui, e nulla poteva cambiarle. Punirle poteva servire a ristabilire un equilibrio, come porre un sasso sul piatto della bilancia del bene, rimasto asimmetricamente più alto, con la consapevolezza però, che tale equilibrio non sarebbe durato.
Essendo quasi giunta l'ora di andare a casa, si alzò stiracchiandosi, dalla poltrona della scrivania e cominciò a sbottonarsi il camice. Qualcosa di piccolo e metallico cadde sul pavimento, di fronte a lui, così Alberto si chinò a recuperarlo: si trattava della spilla che tutti i farmacisti usano appuntarsi addosso, quella rappresentante il caduceo. La raccolse e prese a girarsela tra le dita, ammirò i serpenti intrecciati al bastone, simbolo della mitologia magico/medica di lotta ed equilibrio, di energia vitale che si articola intorno alla materialità mostrata dal bastone. Ai suoi occhi ciò rappresentava tutto quello che poteva essere duplice, dalla natura umana al doppio significato della parola “farmaco”, derivante dal greco, alla quale si poteva associare sia il termine “medicina” che “veleno”. L'unica
discriminante era costituita dalle dosi, ma questo non era certo un problema per lui. L'aveva sempre affascinato, il grande potere di tutte quelle boccettine colorate, al punto di desiderare iscriversi alla facoltà di farmacia perché quel gingillarsi proseguisse in eterno e diventasse il suo lavoro.
E così era stato.
Uscì con calma, chiudendo porte e finestre, ma lasciando acceso il computer, che di lì a poco sarebbe servito ai suoi colleghi che lavoravano di giorno. Erano due ragazzi ed una ragazza, sufficientemente cortesi da non aver mai meritato nessun tipo di “scherzo” da parte sua. Fino ad allora.
Lo stesso poteva dire del suo principale, Sandro Corsini, un tipo gioviale ed espansivo. Lo incontrò sul marciapiede proprio mentre s'incamminava verso casa.
“Alberto! Tutto a posto, stanotte?”
“ Certo, signor Corsini, come sempre.”
“ Ah, bene, bene, io vado dentro, ho avuto proprio una nottataccia...magari mi faccio una mezz'ora di sonno sul divanetto dell'ufficio, prima di aprire...”
Alberto lo guardò interrogativo.
“No...è che è stanotte è venuto il maresciallo Borgo a svegliarmi, saranno state le tre, le tre e mezzo...è successa una cosa, Alberto, ma una cosa...”
Sandro Corsini gli mise il braccio sulla spalla, avvicinò la bocca al suo orecchio e bisbigliò: “Tra qualche ora lo sapranno tutti...hanno trovato il fruttivendolo, Piero...si è suicidato coi sonniferi...che tragedia, che tragedia, l'ha trovato la sorella...”
Finalmente Alberto trovò qualcosa da dire:
“ Nooo! Ma perché sono venuti a svegliare proprio lei? Non potevano chiamare l'ambulanza?”
“Il fatto è che la sorella si è messa ad urlare che lui non li aveva mai presi i sonniferi, per dormire, allora il maresciallo ha voluto sapere da me se di recente glieli avevo venduti...non mi ricordo di averlo fatto, comunque controllerò se ci sono ricette di quel genere a suo nome...a te viene in mente nulla?”
Alberto guardava dall'altro lato della strada. S'era sollevata poco poco una tapparella al primo piano. Dall'altra parte un orecchio indiscreto cercava di intercettarli. Abbassò ulteriormente la voce:
“No, proprio nulla, di notte non l'ho mai visto...”
Si salutarono, scuotendo alternativamente le teste e commentando “mah” e “boh” quel tanto che li fece sentire a posto, poi ognuno andò per la sua strada.
Qualche negoziante ciondolava verso il bar per il primo caffè della giornata, Alberto salutava ciascuno col suo anonimo sorrisetto. Avrebbe voluto dire loro: “ So tutto, si, so tutto, che credete...”
Ma era più divertente fingere d'ignorare.
Al momento giusto, ce n'era sempre uno, bastava aspettare.
Anche Piero aveva avuto bisogno di un po' di tempo, prima di decidersi. La prima lettera anonima gliel' aveva recapitata un mese e mezzo prima. Non era accaduto nulla.
La seconda l'aveva ricevuta quindici giorni fa.
L'ultima era di tre giorni addietro. Bastava avere pazienza, una boccettina nella cassetta della posta, qualche buon consiglio e voilà: un pedofilo in meno sulla terra. Se non era magia quella.
Immaginò Hermes, psicopompo alato, nell'atto di condurre l'abominevole anima di quell'uomo verso l'oltretomba. Lo spingeva innanzi, verso la tenebra eterna, impugnando il caduceo come un forcone.

Un'insegnante inconsapevole ed inquieta, durante una lezione all'aperto, è destinata ad imparare dai propri allievi.
I montanti laterali del ponte, ricurvi e completamente dipinti di bianco, emergevano sopra un orizzonte lattiginoso, come colli lunghi e sottili di preistorici guardiani del fiume. L’avanguardia della processione sbucò dal lato opposto, forando lo spesso muro di nebbia che ne occultava la vista. I loro capi incappucciati, rivolti verso il basso mentre camminavano, li rendevano più simili a monaci che a studenti. Alla testa dell’insolito gruppo, raro elemento in assenza di cappuccio, ma munita di uno sgargiante quanto inutile foulard, legato sotto il mento alla belle e meglio, la professoressa Bernini sollevò un braccio intimando l’alt.
Le doghe di legno che rivestivano la passerella pedonale esterna al ponte, sulla quale il gruppo stava procedendo, tacquero d’improvviso. Brusii e risatine sostituirono il ritmico picchiettare dei suoi tacchi. Si voltò all’indietro. I ragazzi avevano facce dalle guance arrossate e nasi gocciolanti. Avessero potuto dirle ciò che pensavano senza remore i commenti sarebbero stati certamente da bippare. In effetti non sapeva come le fosse venuta l’idea.
Si era svegliata quella mattina con una sorta di fastidiosa, bruciante inquietudine annidata sotto la pelle come un parassita. Non era riuscita in alcun modo a liberarsene, né concentrandosi sul caffè, né sulla guida nel traffico sonnacchioso del primo mattino. Era entrata nell’aula della terza c, dove era presente durante le prime tre ore, aveva sbattuto goffamente la gigantesca borsa tarocca sulla cattedra in un tintinnio di chiavi e monete, e intimato: “ Rivestitevi, dobbiamo andare in un posto. In fretta, grazie.”
Tutti avevano già appeso giacche e giubbotti all’attaccapanni e sedevano appoggiando i gomiti ai banchi con la confusione di sogni non ancora conclusi negli occhi. Erano le otto e quindici. Solo Marta scattò in piedi, ed infilando velocemente il proprio obsoleto montgomery blu, chiese, sollecita, cominciando ad agganciare gli alamari: “ Che posto, prof? Che portiamo? Dobbiamo prendere bloc notes e penna per gli appunti?” “No, Fabiani, portate solo i cervelli, è tutto ciò che vi serve...” Brontolando perché e percome che la prof finse d’ignorare, s’infagottarono di nuovo, avvolsero le sciarpe intorno ai colli con ridicola accuratezza, ignorando i centimetri di pelle nuda che traboccavano loro fuori dalla vita dei jeans. Le era venuta un’ idea, ecco. E le era venuta in novembre. Certo non il mese più adatto ad un’escursione come quella, ma infondo c’era chi decideva di stare seduto allo stadio per novanta minuti e più, in quella stessa stagione, o chi andava a caccia, o a raccogliere olive. Sarebbero sopravvissuti. Potevano imparare qualcosa che non s’impara stando seduti al banco. Al netto di freddo e nebbia le potenzialità di una lezione come quella valeva il disagio, anche se la prof. non era del tutto convinta su come impostare la cosa; era razionale e parimenti istintiva, sicura di sé ma dubbiosa sull’esito di quello che poteva dirsi a tutti gli effetti un esperimento nel laboratorio umano a sua disposizione, quella classe così variegata di giovani in piena tempesta ormonale.
Avrebbe potuto aspettare aprile, certo, ma aspettare non era verbo con il quale andasse proprio a nozze. Era per il “qui e ora”, pensieri in volo da catturare come farfalle...rare considerazioni da non disperdere, da fermare, da puntualizzare, da “eternizzare”, volendo usare un neologismo che vantava con se stessa di aver coniato. Che significato erano in grado di dare, quelle giovani anime, alla parola eterno? Come poteva spiegarlo in modo eloquente e comprensibile, con quale linguaggio? Era così che consideravano i lori amori, almeno all’inizio? E quanto eterna era per loro l’amicizia data, cancellabile come un account dalle rubriche delle poste elettroniche? Eredi di un mondo riciclato e riciclabile, cosa potevano intendere del suo linguaggio fatto di arcaismi quali “lealtà”, “fedeltà” ,”eternità”...parole per canzoni, slogan pubblicitari e...che altro? Percependosi colpevole di giudizi che superavano l’iniziale intento di non giudicare, li osservò a lungo, una volta giunti sull’altra sponda del Ciuffenna, mentre le goccioline di nebbia insistevano ad inumidire il suo campagnolo copricapo.
Le due ragazze che la seguivano dappresso si stringevano l’una all’altra, infreddolite, prendendosi a braccetto come comari d’altri tempi. “ Manca tanto, prof ?Ho i piedi congelati...” chiese Giulia. “ No, cara, ma se ti ostini ad indossare le sneakers di stoffa durante tutto l’anno, direi che i piedi congelati sono il minimo che ti capiterà. Mai sentito parlare della pelle, del cuoio o simili?” L’amica rispose con veemenza in vece di Giulia. “ Sta scherzando, vero? Giulia è vegetariana da quando ha dieci anni, anzi, per la precisione sarebbe vegana, sa che vuol dire? Gli animali non si mangiano e non si usano, mai, per nessun motivo, nemmeno per coprirsi!” Giulia annuiva senza aprire bocca. La prof bisbigliò un “ah” di circostanza, riflettendo intanto sull’epidemia di cinture D&G false, verificatasi in classe un paio di mesi prima, subito dopo l’annuale festa del Perdono. Per quel che ricordava, anche se non poteva giurarci, avrebbe detto che fossero tutte, proprio tutte, anche quella di Giulia, fatte di pelle. E lei che voleva parlare di eternità.
Un metro più in là un corposo gruppo di adolescenti, tutti maschi, le voltava le spalle ridacchiando rumorosamente, additando qualcosa sul lato del ponte dal quale provenivano. Irritata, richiamò la loro attenzione: “ Hey, giovani, si può sapere che accidenti c’è? Guardate che non siamo arrivati! Ma che avete da ridere?”
Una specie di grissino pallido coi capelli sparati verso l'alto e i jeans che sembravano appuntati appena sopra le scarne chiappe, alto un metro e ottanta abbondante, svettando su tutti, là, in mezzo al branco, le gridò in risposta: “ No, niente di nuovo, prof, è che ci siamo persi lo zombie, tutto qua!!” Un coro di risate sguaiate ed urletti seppellì le sue richieste di ulteriori spiegazioni e la costrinse ad alzare la voce: “ Basta, per la miseria! Gargani, sei colonne di testo per domani mattina! Titolo: “ Quanto gli stereotipi condizionano la mia coscienza di adolescente, ammesso che io ne abbia una” e...il primo che ride avrà una traccia peggiore di questa: non dite che non vi ho avvisato.” Le sue minacce furono prese molto, molto sul serio, perciò si fecero tutti silenziosi, tranne Gargani, che era già stato punito e aveva quindi poco da perdere.
“ Via, prof, non sono mica solo io a chiamarlo così..lo facciamo un po' tutti, da quando è arrivato in classe, ma lui neanche se la prende, sa, non ci risponde neanche..via, sei colonne è troppo, io stasera ho gli allenamenti alle quattro e la partita alle sei, se sarebbe gentile il testo me lo farebbe consegnare giovedì...” La Bernini sobbalzò e sibilò in risposta: “ Se fosse, Gargani, si dice “se fosse gentile”...ma tu sai bene che non lo sono, quindi...il testo, domani, alla seconda ora, e non scopiazzare da internet perché me ne accorgo. Se azzecchi un condizionale so già che non è farina del tuo sacco.” Gargani aveva smesso di ridacchiare...le sei colonne di testo gravavano sul suo morale come fossero fatte di pietra e non di semplici parole. La prof sgomitò in mezzo ai ragazzi, facendosi largo. Sulla sponda opposta, la sagoma del giaccone lungo e nero dello “zombie”svolazzava nella nebbia. “ Oh, cavolo”, pensò la Bernini, guardandolo, “ che diavolo vorrà, adesso.” Era suo alunno da circa due mesi, e ancora non ci aveva capito un accidente. Se era un teorema la risoluzione gli sfuggiva, se era un rebus idem...aveva provato blandamente a psicanalizzarlo ma sapeva troppo poco di lui. Indiano di nascita, a causa del lavoro del padre, manager di aziende informatiche, aveva vissuto da cittadino del mondo, un'infanzia tra Germania, Inghilterra, Stati Uniti. E ora Italia. Di ogni paese padroneggiava la lingua, sia scritta che parlata. Una specie di genio silenzioso e un po' inquietante che ascoltava tutto, guardava tutto coi suoi occhioni di carbone, e teneva per se la sua opinione, il proprio pensiero segreto. Eppure i suoi scritti, grammaticalmente più corretti di quelli della media degli studenti italiani, denotavano una cultura, una vivacità intellettuale che non si manifestavano quanto avrebbero potuto, non esteriormente. La prof ipotizzava qualche genere di condizionamento etnico-familiare nel ragazzo che tratteneva i propri pensieri. Il problema vero era che conoscere meglio gli alunni non faceva parte del programma di studio del terzo anno, perciò...poteva solo osservare e dedurre, e nient'altro. S'era alzato un vento impregnato d'umidità che al primo tentativo le rubò le parole gridate mentre al secondo lasciò udire: “Kiran! Ci vuoi fare la cortesia di unirti a noi? Non abbiamo tutta la mattinata!” Per qualche istante non si mosse, l'unica cosa in movimento furono le falde di quello spolverino nero col bavero rialzato, spostate dal vento, ben visibile attraverso la nebbia bianca, poi sollevò una gamba e venne avanti di un passo, poi un altro, ma piano, sempre senza prescia, come se la fretta non fosse nel suo patrimonio genetico, pregio ( o difetto) di un altro mondo, da cui egli costantemente s'estraniava. “ Suvvia!”, l'esortò. Analizzando se stessa non riuscì a stupirsi della propria pazienza nei confronti di Kiran; Fosse avanzato Gargani in quell'atteggiamento,gli avrebbe già strillato contro la prospettiva di apocalittiche punizioni, ma era disarmata davanti alla faccia serena del suo allievo straniero. Non c'era presa in giro, di nessun tipo, neanche celata con sapiente cura, su quella faccia. Pareva dire: “ sono così e non c'è niente che non va, in me, e niente contro di te. Stop.” L'ascetica calma di Kiran misteriosamente calmava anche lei, era il pifferaio magico che la irretiva, che trascendeva i suoi istinti punitivi e la induceva alla riflessione. Aveva modi d'altri tempi, era l'unico ad alzarsi rapido dalla sedia quando entrava in classe tornando con egual rapidità a sedersi, ignorando le prese in giro di Gargani, Frosinini e Marra, ch'ella aveva battezzato segretamente la “Triade dei lobotomizzati”. Di rado l'aveva visto rivolgere loro la parola, tutt'al più poteva concedere brevi risposte, sempre educatissime, anche ad insulti e pesanti prese in giro. Più spesso faceva un sorrisetto e taceva. Il silenzio era il suo rifugio, una bolla di quiete nell'inutile caos dell'aula, lo scudo allo stupido scherno di cui tutti parevano capaci. Ridevano un po' meno quando la Bernini rientrava col fascio dei compiti corretti tra le braccia e consegnava spesso il suo per primo. “Kiran...sette e mezzo”, un po' più di personalizzazione e avresti raggiunto l'8...” , poi proseguiva in ordine decrescente, e infondo infondo, Gargani, Marra e Frosinini se la giocavano. Inizialmente, da parte delle ragazze, aveva ricevuto un'accoglienza migliore, ma la loro insistente curiosità l'aveva assediato, e siccome non pareva intenzionato a rispondere a domande troppo personali, dopo qualche tempo avevano finito col perdere interesse. Era in classe, ma non c'era. Mentre attendeva che Kiran li raggiungesse qualcuno le picchiò sulla schiena: “ Dimmi, Marta ” La ragazzina si morse il labbro inferiore, mandò gli occhiali su e giù per il naso due volte e disse: “ Ehm...ma, di che si tratta prof? E' nel programma d'esame?” “Rilassati, Marta, non c'è nessuna valutazione per la prova di oggi..” “ Allora è davvero una prova! Ma non ce l'ha detto, prima!!” La Bernini scuoteva la testa. “ No, Fabiani, no, nessuna prova, nessuna valutazione, ho detto “prova” nel senso di esperimento, non darò voti...ma possibile che ti preoccupi così tanto di 'sti benedetti voti? Ma poi, tu, che a quanto so, in qualunque materia, non hai mai preso una valutazione inferiore a sette, via!” “E' che lei non conosce mia madre, per mia madre il sette è una sufficienza risicata..mi stressa, cioè...mi esorta a fare sempre meglio.” Marta riprese a rosicchiarsi le unghie in un angolino. Non pareva molto convinta nonostante le rassicurazioni della prof. Quando la Bernini tornò a voltarsi l'indiano stava proprio dietro di lei. “ Per la miseria, Kiran, mi hai spaventato!” “ Mi dispiace signora, non era mia intenzione.” Altra annotazione da fare: Kiran non l'aveva mai chiamata “professoressa”, o “prof”, neanche un volta, ci avrebbe giurato, sempre e solo “signora”, cosa tra l'altro per niente esatta dal momento che non era sposata. Non lo aveva mai corretto solo perché avrebbe trovato ridicolo farsi chiamare “signorina” alla sua età. Cinquanta erano cinquanta, comunque ci si volesse far chiamare, e lei se li sentiva tutti. La prof si guardò intorno, la classe era al completo, adesso: Kiran, serio, imperscrutabile e defilato come al solito, nell'ampio spolverino da pipistrello, Gargani e company ridacchianti per nessun preciso motivo, Marta, tic, occhiali e insicurezze..e tutti gli altri. “ Va bene”, disse ad alta voce, “ adesso ci incamminiamo in quella direzione...” Tese braccio ed indice. “Il nostro obiettivo si trova nei pressi dell'altro ponte, poco prima, diciamo... andiamo,su...” E ricominciò a camminare. Marta fu la prima a muoversi, il cappuccio del montgomery blu le arrivava sino agli occhiali, ci spariva del tutto dentro, quasi si stesse volutamente nascondendo, e non solo riparando dall'umidità del mattino. Il resto del gruppo ci mise un po' più di tempo a recepire l'ordine, ma infine si decisero a riprendere il cammino. Costeggiarono il muro della fabbrica di componenti elettronici che occupava il cinquanta per cento degli operai del paese. Attraverso le finestre del lungo, basso capannone si vedevano le luci dei neon tutte accese, sotto di esse un esteso tappeto di autovetture, perlopiù utilitarie, parcheggiate sotto le tettoie nuove, in attesa dei proprietari. Francesca, capello di media lunghezza da un lato del viso, rasato dall'altro, due piercings sul sopracciglio destro, dette di gomito alla vicina: “ Cri, ma più o meno, a che altezza stanno mia mamma e la tua?” Cristina parve considerare ad occhiate, in lungo e largo, la struttura, poi rispose, fiaccamente: “ Bohhh...mica ci ho capito nulla...e pensare che una volta ci sono anche stata, a vedere dove lavora...ma poi, ma che lavoro è? Dev'essere una tale rottura , sette ore così.... ma hai visto come tornano spallate?” Francesca alzò le spalle: “ Io non ci voglio finire, lì dentro, è un posto di merda, ti contano anche le volte che vai a pisciare...” Gargani giunse alle loro spalle, e accennando ad abbracciarle sbottò: “ Almeno lì ti pagano, neanche a scuola ci mandano a pisciare quando vogliamo: alla prima ora no, all'ultima neanche, quella dopo l'intervallo nemmeno a inginocchiarsi!A te ti sembra di essere più libera ma non è mica vero! Almeno tua mamma quando torna non deve mettersi a fare testi che ci vuole il vocabolario solo per capire il titolo...” La Bernini si sentì chiamata in causa, e, senza voltarsi indietro, commentò, scuotendo la testa: “ Non sapevo che avessi un vocabolario, Gargani, tu sei una continua fonte di sorprese! Sarebbe carino se ogni tanto l'usassi! Tra l'altro, non sapevo neanche che la prostata ti desse già problemi a quest'età, sembra che l'uso del bagno sia proprio in cima alla lista dei tuoi pensieri!” Francesca e Cristina risero. Gargani rise con loro, era difficile metterlo in imbarazzo, aveva una tale faccia tosta. Comunque dopo qualche metro restò volutamente indietro riunendosi a Frosinini e Marra. Strada facendo avevano appena superato l'angolo del capannone, la pista pedonale costeggiava la via sterrata e i campi, le case erano lontane. Sull'altra sponda del fiume le tettoie di copertura improvvisate sul retro delle piccole industrie presumibilmente riparavano dalla pioggia pile di imballaggi schiacciati e macchinari inutilizzati, celando il tutto alla vista dei curiosi dietro una sottile parete di cannicci. Un cane invisibile latrava andando su e giù per un corridoio tra due fabbriche affiancate, dal tono sembrava essere di piccola taglia. Marra non si fece pregare, e mimando l'atto di camminare a quattro zampe, abbaiò in quella direzione. L'animale si zittì all'istante, si udiva solo il nervoso andirivieni delle sue zampette sul selciato. Eleonora, lunghi capelli neri ed occhi truccati pesantemente, commentò ad alta voce: “Eh, Giulio, mi sa che non sei tanto portato per le lingue...forse non ha capito...ah,no, eccolo, eccolo!” Il piccoletto improvvisò un concerto niente male, con tanto di ululato finale ad intermittenza. Gli studenti si dimenarono dal ridere. “ Su, via, ce la potete fare, è solo questione di pochi metri...” Non smisero di sghignazzare ma camminarono ancora, finché la Bernini, in cima alla fila, si voltò, fermandosi, e slegò il foulard dalla testa. La nebbia era un po' meno densa, la luce sempre bianca, sotto tutto ciò s'intuiva la traslucida sagoma rotonda del sole, ma nessuno avrebbe potuto scommettere sull'ora nella quale sarebbe diventato ben visibile. La verità era che il foulard le dava prurito e le schiacciava irrimediabilmente i capelli. Se lo infilò nella tasca del giaccone, piantandosi a gambe divaricate su un largo pietrone bianco ed indicò verso il basso: “Bene, ci siamo...vedete quello slargo, lì sotto al ponte? C'è abbastanza spazio per tutti, perciò ora scendiamo. Piano, mi raccomando, perché si scivola e non voglio dover ripescare nessuno, su seguitemi, se fate attenzione ci sono delle specie di gradini naturali...” Prese a scendere speditamente,in un fruscio di foglie umide che le s'incollavano alle scarpe e in un minuto tornò a guardarli. Erano tutti fermi. “ Allora? Che sarà mai? Venite!” Testa bassa e mani in tasca, i ragazzi cominciarono a raggiungerla; Gargani finse di voler aiutare Cristina, poi allontanò la mano e per un pelo lei non sdrucciolò fino infondo al pendio. “Stronzo!”, sibilò nella sua direzione, saltellando per ritrovare l'equilibrio. Vennero giù tutti, cautamente, per ultimo scese anche Kiran, tenendosi le falde del giaccone vicino al corpo per non strusciarlo per terra. “Bene bene”, disse la prof. “Bene bene un paio di balle”, mormorò a bassissima voce Frosinini, osservandosi l'orlo dei pantaloni bagnati e strappando un sorriso a Giulia e Carolina che gli erano accanto. “ Dunque è qui che vi volevo, e la ragione vorrei che la capiste da soli...almeno che ci proviate...si, ok, uno per volta, non c'è fretta, abbiamo ancora un paio d'ore abbondanti, direi.” Giulia partì in quarta: “ Un paio d'ore? E che ci stiamo a fare, qui, per un paio d'ore?” “Beh, se proprio hai freddo possiamo sempre andare a fare un po' di grammatica in classe, che ne dite? Magari una verifica a sorpresa! Altrimenti...potete concentrarvi e seguirmi per un po' e forse, dico forse, se siete svegli rientreremo un po' prima e vi lascerò ripassare quel che vi pare per l'ora successiva...ci state?” La domanda era palesemente retorica, la scelta obbligata. Non c'era nulla da fare, se non ballare il suo ballo. Marra sgomitò verso Katia, brontolando: “ E vai, ci mancavano solo gli indovinelli, poi le aveva provate tutte per scassarci i maroni..ora mi aspetto solo che dica:”L'accendiamo?”.” La Bernini indicò il fiume alla sua destra, in quel punto non era profondo che mezzo metro o meno, s'intravedevano le sagome rotonde dei ciottoli bianchi, come quelli che stavano sotto i loro piedi. L'acqua ci saltava sopra, deviando il proprio corso e disegnando piccole onde lucide. Sulla sponda opposta, infondo al muro, la fine di un condotto fognario sgocciolava dall'alto un rivolo di fanghiglia marrone. “Vi darò un indizio...dovete guardarvi intorno. Nient'altro.” Marta si concentrò ad alta voce: “ Va bene, va bene, allora...siamo sul fiume, e ...ci sono tutti questi pioppi, le foglie sono tutte cadute...e...no, non ci arrivo, non lo so, ma che devo cercare?” Cri ridacchiò: “ Ma se te lo dice che gusto c'è, scema! E' un gioco, è vero prof, è una specie di gioco, no?” “Mettiamola così, se vi piace di più: mettiamo che sia un quiz, con tanto di premi, direi... sufficienza gratis in pagella finale per tutti quelli che s'impegnano, un voto in più per tutti gli altri. Chiaro che questo accordo sarà il nostro segreto...” Parlava guardandoli dritto negli occhi, nella maggior parte dei quali, in conseguenza delle sue parole, sequenze di triplici “sei” scorsero a raffica come simboli vincenti di una slot machine. Conquistarsi l'altrui attenzione non era sempre facile, in ambito scolastico, ma la freccia del suo metodo persuasivo centrò l'oro al primo colpo, così i ventun cervelli misero in moto simultaneamente anche le sinapsi più arrugginite. “Siamo sul fiume perché...tutto scorre?” Buttò là Gabri, grattandosi l'opera ingegneristica in gel e capelli che sormontava il suo capo. “Non male, Salvucci, non male, ma so che puoi fare di meglio...” commentò la Bernini sorridendo di soddisfazione. Era quello che desiderava...provocare sforzi intellettuali in direzione di un obiettivo, cose che sognava, cose che avrebbe voluto le fossero chieste quando era studente, ma che nessuno aveva mai neanche lontanamente proposto. Vero che i tempi erano molto diversi, adesso il rapporto tra insegnanti e studenti era più libero, ai suoi tempi bisognava attenersi scrupolosamente ai crismi del programma, mai gli studenti si sarebbero sognati di parlare con gli insegnanti con la confidenza in uso oggi. “...eh...tutto scorre ,tutto scorre...allora c'entra il tempo, il tempo che passa, o che non passa mai, un po' come oggi...” Gabriele Salvucci, noto alle cronache della terza C per i commenti sarcastici non rinunciò all'occasione di stuzzicare la Bernini, la quale, di contro, stemperò col classico: “ suvvia...”, poi aggiunse, rivolta a tutti: “ pensateci,ragazzi, la soluzione è proprio davanti a voi...” I puntini di sospensione, volutamente percepibili nella frase, solleticavano la fantasia nell'allettante prospettiva di voti migliori. Le ragazze avevano fatto gruppo e confabulavano a bassa voce, i ragazzi studiavano il paesaggio in cerca di spunti, ognuno a suo modo, Frosinini s'era acceso una sigaretta con noncuranza, giustificandosi: “ Guardi prof, è che mi aiuta a pensare, nient'altro...tanto non siamo in classe, siamo all'aperto,no?” Non che fosse il solo a desiderare di farlo, ma il contesto ad altri parve lo stesso troppo scolastico per osare; la Bernini comunque si limitò ad un commento secco: “Beh, se proprio ti aiuta a pensare...”, e calcò la voce sulla parola “proprio”. La smorfia che accompagnò la frase ne svelava il significato non troppo nascosto. Kiran era rimasto, come al solito volutamente, un po' lontano dagli altri, alla base del pendio, sull'erba fradicia e da quella prospettiva, con la testa inclinata pareva valutare la dimensione di qualcosa che agli altri restava invisibile; ma cosa, esattamente? Subito dopo la Bernini lo colse molto concentrato su di lei, quasi volesse penetrarla con lo sguardo e di riflesso distolse il suo, inquieta. Un raggio di sole, timidissimo, s'affacciò al cielo nebbioso, sgomitò tra i rami scheletrici dei pioppi e li raggiunse. “ Oh...prima o poi allora verrà, giorno!” affermò Carolina con aria sognante. L'impressione generale fu che sarebbe diventata una giornata qualunque, piano piano, anche se non era iniziata come le altre. Infondo quell'insolita uscita si risolveva in un inutile, stupido compito da eseguire, correlato da freddo e umidità che arricciava lunghi capelli stirati pazientemente con spazzole, phon e piastre elettriche. Quel che i prof, tutti i prof, volevano da loro, era sempre la stessa, riscaldata minestra. “Magari...magari...”, mormorò Marta. Marra, che ce l'aveva accanto, la spostò con la mano, piantandole gli occhi in faccia: “ ma “magari” che?” “No, stavo pensando...” “ E dov'è la novità, sembra che tu non fai altro dalla mattina alla sera!” Marta, dal basso del suo metro e cinquantadue lo fulminò con un'occhiata per proseguire: “Magari...magari qui al fiume vediamo cose che non vediamo in classe...cose della natura, cose non artificiali...e che quindi...ma sono sulla strada, prof? Almeno mi dica questo, la prego!” La Bernini si era avvicinata all'acqua e non riusciva a smettere di guardarla. Nonostante fosse così poco profonda, si meravigliò, riusciva persino ad ospitare dei piccoli pesci. Quando la vocina di Marta “sotutto” le giunse alle orecchie quasi sobbalzò: “Oh, si cara, ci sei, ci sei...è proprio per quello che siete qui, ora...per percepire l'esistenza di un fenomeno naturale...” Tutti ricominciarono a confabulare anche se Frosinini intravedeva ben poche speranze di incollare una sufficienza facile sulla propria scheda valutativa. Era un inganno, il solito trucco per fregare gli sfigati come lui e premiare i soliti tre o quattro secchioncelli. Non era un caso, però, se i soliti cercavano la soluzione mentre lui si svenava con identica, ostinata insistenza ad ottenere un appuntamento serale da parte di Katia. Punti di vista. Gabri, Giulia e Cri elaborarono una teoria: “ Il fiume, il fiume dev'essere la chiave!” esclamarono l'uno sull'altro. Ci stavano arrivando, piano piano, ed ora la donna cominciava a chiedersi perché avesse intavolato tutto questo. Non il motivo banale che s'era data al mattino, in preda a noia e smania intollerabili; no, il “perché” vero, la causa di tutto il trambusto intorno ad un pensiero che la tormentava, perché aveva sentito di dover coinvolgere la classe, perché proprio quel giorno, venti novembre, perché lungo quel fiume, perché, perché, perché.... Sollevò la fronte verso il cielo velato e lo guardò attraverso la ragnatela di rami che lo segnava. A stringere leggermente gli occhi poteva parere la vista dalla finestra sbarrata di una prigione. Se fosse stato luglio, invece, quei rami avrebbero sostenuto migliaia di foglioline vagamente triangolari che avrebbero sbattuto una contro l'altra, al vento, come manine che li applaudivano. Le ricordava, anche se in quell'istante il ricordo le pareva tanto lontano da sembrare fasullo, uno scherzo dell'immaginazione. Luglio era lontano, sia quello precedente che il successivo, il presente era novembre e non la faceva sentire bene. Allora seppe che non era andata lì per caso, e che non era lì per loro, e guardò i ragazzi con un senso di smarrimento tale che una delle ragazze se ne accorse e le toccò un braccio, chiedendole: “ Che c'è, prof...si sente male? E' tutta pallida...” “ No cara, no, non è niente...”, mormorò, più che altro a se stessa. Fu in quel momento che Kiran scivolò tra i ragazzi avvicinandosi. “ Io penso di sapere la risposta” , proclamò ad alta voce. “ Ma chi se ne frega!”, sbottò Marta sotutto Fabiani, meravigliando l'intera compagnia che non l'aveva mai sentita parlare così, “ Non lo vedi che non si sente bene, la professoressa? Che sei, cieco? Che vuoi che le interessi della tua risposta!” Ma le interessava, eccome, e lo disse, col filo di voce che le uscì di bocca come un respiro spezzato: “ vai, vai....” “ Io”, esclamò convinto, “ ho capito la soluzione: la soluzione che si poteva trovare guardando questo fiume. E la soluzione è: questo fiume. Nel senso che, questo fiume per voi che siete nati qui c'è sempre stato, ma anche per i vostri padri, e persino per i vostri nonni...dal vostro punto di vista, dunque, questo fiume è “eterno”, è corretto? Bene, io credo che la signora Bernini volesse fare leva sul vostro senso di eternità, ma mentre desiderava questo ha capito qualcosa che non desiderava...non è così?” La prof indietreggiò, andò a urtare Frosinini e qualcun altro, cercando di ritrovare un minimo dell'equilibrio non solo fisico che aveva perduto nell'arco di pochi minuti: “Io...io...non stiamo parlando di me, Kiran, volevo solo sapere che cosa è eterno per voi, cosa...considerate durevole...nient'altro.” Ma non lo convinse, il ragazzo scosse la testa, stirando le labbra, allora Eleonora intervenne: “ Ah, che bello...questo gioco. Per me la cosa più eterna di tutte è l'amicizia”. E aggiunse sottovoce, “ vero Carolina?” “ Ah ah” Katia esplose in una risata sguaiata: “ Si...come no!Eterna, già! L'amicizia tua con Caro, perché ci sono cose di te che lei non sospetta nemmeno!” Eleonora farfugliò: “ Ma, ma...statti zitta che non sai quello che dici, va..” Katia sorrise ancora, un sorriso proprio cattivo sulla sua bella faccia di ragazza, ma anche orgoglioso di portare in trionfo una verità: “ Per sapere so anche troppo...so dove sei stata due settimane fa, quando non sei venuta a scuola dicendo che avevi la febbre, di sabato mattina...” Era pallida anche Eleonora, adesso, faceva pendant con la prof, perché c'era qualcosa che non si doveva sapere e si sarebbe saputo. “Verità” era una bella parola, odorava di bucato, splendeva di luce ma ciò che illuminava non era sempre così pulito. Certi angoli avrebbero fatto meglio a restare nell'ombra, erano gli angoli che il goniometro dell'onestà non avrebbe potuto misurare. “ Si si, fai finta di nulla, e intanto tu...”, si rivolse a Carolina che aveva la faccia di una che non ci stava capendo più niente, “ Tu domandale perché non l'hai trovata a casa domenica, che ti aveva detto che non usciva perché il giorno prima stava poco bene. Tu sei proprio fessa, che sei persino passata a vedere come stava...e stava meglio di te!” La Bernini parve come riaversi dal proprio stato di disorientamento: “No, ragazze, non era questo che volevo...” “ Allora perché non ci ha lasciato stare in classe, a far lezione come sempre!”, le strillò quasi sul viso Carolina, piagnucolando. Si era ricordata dell'episodio che riferiva Katia, gli saliva in gola un senso di nausea senza capirne il motivo, un sapore di torto mal digerito che avrebbe trovato sollievo solo nella chiarezza di una spiegazione, perché ci doveva essere sicuramente una spiegazione. Magari era anche stupida e ci avrebbero riso sopra. Lanciava occhiate a Eleonora che però non rideva, anzi, diventava sempre più grigia in faccia man mano che Katia andava avanti a parlare: “ Guarda che lo dico per te, Caro, non si può vedere una che fa tutte quelle moine davanti e alle tue spalle invece...lasciamo perdere, vai, tanto non mi credi mai...comunque, se vuoi sapere dov'è stata sabato e anche domenica lo puoi chiedere a Lorenzo, quando lo rivedi...” Le sue parole caddero dall'alto, chicchi di ghiaccio freddo nella mente di Carolina che si chiuse in un mutismo disperato, mentre due compagne la consolavano. Non c'era bisogno di dire niente di più, fu tutto chiaro, a lei e agli altri, che si schierarono all'unisono contro Eleonora, isolandola. “ Oh, ma che siete scemi? Ma non crederete mica a quello che dice! Guardate che io e Lorenzo siamo solo amici...ora non si può avere un amico? Oh! Ma sapete cosa? Andatevene a quel paese...!” Risalì in fretta il pendio, tornando sul sentiero. La Bernini le strillò dietro: “ Giordani! Dove credi di andare?! Non puoi andare via così, ricordati che sei a scuola!” “ Col cazzo che sono a scuola! Sono da un altra cazzo di parte! Era meglio se ero a scuola, lo sa? E' tutta colpa sua! Vada a quel paese anche lei!” Le voltò le spalle e andò. Restò solo il rumore dell'acqua che scivolava sul letto del fiume, tranquilla, l'unica cosa tranquilla nei paraggi, mentre i cuori battevano nei petti e la nebbia aveva quasi finito di calare, stava intorno alle loro ginocchia, parevano tutti emergere dal nulla. La Bernini si voltò verso di loro: “ Ragazzi...Carolina...io, volevo solo...parlare con voi...era solo per capire che cosa avete dentro, cosa pensate delle cose che vivete, se avete anche voi...” Lasciò che il proprio sguardo vagasse da una faccia all'altra, si soffermò su ognuna: “...se sentite di avere un infinito, dentro, e cosa ve lo ha fatto capire...” Gargani sbottò in una risata amara, che pareva essergli rimasta schiacciata dentro e liberata improvvisamente: “ lei e la sua smania di insegnarci...e sempre con queste poesie...non se ne può più, prof! Ma perché non lo chiede direttamente a Carolina, cos'ha dentro, adesso? Eh, Caro...cosa è infinito per te? L'amicizia? L'amore? La stima per “certe persone”? Cazzo Caro, rispondigli!” Caro faceva no con la testa, in silenzio, poi affondò il viso dentro un fazzoletto di carta e non riemerse, nessuno seppe se per il dolore o la vergogna d'esser stata tradita. “Veramente”, intervenne la professoressa, “ Non ho detto “infinito” pensando alla poesia di Leopardi, intendevo proprio il senso classico della parola, ma è anche vero che quel senso di spazio interiore lo si capisce perfettamente nelle parole del poeta...credo che quel sei in pagella tu te lo stia cominciando a meritare, Gargani, perché la tua considerazione è stata senz'altro appropriata...come vedete questo esperimento non è del tutto un insuccesso, ed è doloroso quando rivela cose che...non sapevamo...però...” Kiran era l'unico ad essersi seduto, aveva trovato uno spuntone di roccia asciutta, poco prima della base del pendio e lo aveva assunto a mo' di seggiolino, anche se in quella posizione si trovava letteralmente con le ginocchia in bocca, ed era costretto a tenerci avvinghiato sopra il lungo indumento che lo riparava dal freddo, abbracciandosi le gambe. Appollaiato come un avvoltoio. “ Basta, ora.”, sentenziò da terra, “ adesso io conduco il gioco, e lei ci dirà cosa è eterno, e non dica che non le va, è stata lei a cominciare.” Tutti gli sguardi le furono addosso. “No, non è che non mi va, è che mi sembra inopportuno, io non sono più una studentessa da un pezzo, vedete...” rise nervosamente. “ Però è sicuro che lo è stata, quindi...suvvia, come dice sempre lei, ci spieghi cosa è davvero eterno per lei, cosa non cambia mai, cosa ritrova quando torna a casa ad aspettarla, cosa non smette mai di farle compagnia...” “ Kiran, non mi piace il tuo tono...penso sia meglio rientrare, devo fare rapporto ad Eleonora, avvertire che se n'è andata senza permesso...salite, su, salite...” Fu l'unica a muoversi,o almeno a tentare di farlo, ma una mano le agganciò il braccio. “ Eh no, ora ce lo dice, questa cazzo di eternità, lei, dove la trova! Perchè ieri pensavo che ci fossero tante cose solide alle quali mi potevo appoggiare, la mia amica, il mio ragazzo e in un attimo sono spariti tutti! Ci ha portato qui per aprirci gli occhi, per vedere di che merda è fatto il mondo? Brava! Ma Brava! C'è proprio riuscita!” Carolina si zittì, ma per riavere il proprio braccio la Bernini dovette strapparglielo via con una certa forza. Se li trovò intorno, tutti, con espressioni serie e cupe che faceva strano vedere su Gargani e Marra più che su gli altri. Kiran restò seduto, e quando fu circondata non poté più vederlo, anche se continuava ad udirlo. “ Lo dica pure a tutti, suvvia! Una parola sola, che esprima tutto quel che prova, una parola, che poi ce ne andiamo...” Così cercò, e la parola che trovò le scoperchiò il cuore, la trasformò in adolescente, le riannodò i fili di una vicenda passata dalla quale era scappata e se la ritrovò davanti, nella sua terribile interezza. Con gli occhi chiusi si rivide, zaino in spalla, camminare verso casa ma c'era qualcosa di strano nella propria figura, pareva avesse uno zaino anche davanti, sotto la t-shirt nera, un gonfiore percepibile quando allungava i passi e il vento le spingeva addosso la stoffa degli indumenti. “ Suvvia, quella parola?” La voce di Kiran proveniva da un mondo che ancora non era stato vissuto. Quel momento era trent'anni e più indietro nel tempo, momento di dolori improvvisi che la piegavano in due e la nascondevano accanto al greto del fiume, il pianto di un bimbo che non aveva diritto di esserci ed una mano, una sola, ma innegabilmente propria, ferma a lungo sul fiore rosa ch'era quella minuscola bocca, poi il silenzio...pesante come un giudizio sospeso, perciò eterno. La Bernini piangeva, davanti ai ragazzi, che non potevano capire ma intuivano che le era successo qualcosa proprio di fronte a loro, aveva scoperto qualcosa anche lei, proprio come Carolina e quel qualcosa non era bello. “ Suvvia, signora, vuole che sia io a suggerire?” Kiran aveva scelto quel giorno, e proprio quello, venti novembre, per diventare loquace, dopo due mesi di occhioni neri e silenzi misteriosi. Era una specie di brutto Aladino uscito dalla lampada che nessuno aveva strofinato, genio di realismo e brutale verità. “ Io...io...” comunicò la professoressa. Il suo tentativo cadde nel vuoto, non vollero scuse, volevano solo la sua verità, perché era stata lei la prima a pretenderla da loro. Le ragazze strillavano: “ E forza, su! Suvvia! Che ci vuole, qual'è la sua parola eterna?!” Trovò agghiacciante la loro evidente insubordinazione che non gli impediva di continuare a darle del “lei”, era strana, disorientante. I ragazzi si esprimevano con più violenza, le stavano fisicamente più vicino. “ Avanti, razza d'ipocrita vigliacca! Quella cazzo di parola del cazzo!” Kiran si sollevò da terra, in un istante le fu visibile al di là del gruppo che le stava intorno come branco di lupi in attesa di sbranarle quel che restava della dignità. “ Ci dica, signora...”,mormorò accondiscendente. “ Io non sono signora...” piagnucolò, “ non potevo proprio esserlo, dopo quel che era successo...” “ Ma lei non ce l'ha ancora detto, cosa è successo...”, puntualizzò Marta. Aveva gli occhiali un po' storti sul naso ma non cedette alla tentazione di raddrizzarli. Si perdonò l'imperfezione e fu un grosso passo avanti per lei. C'era qualcun altro da vessare, adesso. “ Lei non è stata onesta con noi, Kiran ha ragione, voleva parlare di se stessa e non di noi, dei suoi problemi nascondendosi dietro ai nostri, eh no, non si fa così, sa...non è un atteggiamento maturo, mia madre concorderebbe con me.” La ragazzina s'era messa accanto all'indiano, entrambi vicini al fiume. La Bernini crollò, sotto le loro pressioni: “ Ma no...volevo davvero sapere che ne pensate, forse era da voi che volevo essere giudicata, mi è mancato il coraggio per essere proprio diretta, l'ho presa larga.” “ Si, decisamente, larga!”, Marra, una volta tanto in vita sua, dimostrava d'aver compreso qualcosa che non fosse il risultato di una partita di calcio. Con amarezza la Bernini pensò che in fondo l'esperimento un po' era riuscito, almeno per quanto riguardava quella parte. “ Che volete che dica, ho considerato solo il mio punto di vista.” “ E i nostri, prof, non ha pensato che noi potessimo avere i nostri, di punti di vista?” “ No, confesso, non l'ho pensato...forse...”, confessò, “ non mi interessavano...” Kiran passò tra loro aprendosi un varco con le mani, lasciando giù le falde del lungo giaccone, sventolare lungo le proprie, chilometriche gambe. Si piantò di fronte a lei, severo, senza sorriso da pennywise sulla faccia scura, anzi da una specie di smorfia contratta fuoriuscì la sua voce: “ Non era interessata al nostro punto di vista, dunque...avremmo potuto pensare qualunque cosa, e non le sarebbe importato...lo sa che avremmo anche potuto essere indulgenti con lei, vero? Le ragazze, specialmente, se avessero conosciuto tutta la storia si sarebbero immedesimate...avrebbero potuto farlo molto più di noi giovani uomini...ma poi, questo non l'ho capito, quel bambino era maschio o femmina? Perchè un po' di differenza c'è, lo sa anche lei. Se ha ucciso un maschio lei ha ucciso il ragazzo col quale l'ha concepito, se ha ucciso una femmina, invece, ha ucciso se stessa per punirsi dell'errore fatto. In entrambi casi la punizione è virtuale ma l'infanticidio...no. No, non chieda perché lo so, sarebbe una domanda stupida, si limiti, almeno stavolta, non ecceda...provi solo a rispondere, che le fa bene.” Nel brusio generale che si scatenò alla rivelazione di Kiran l'unica cosa che le venne di fare fu scappare, proprio come ad Eleonora. Cominciò a camminare all'indietro, inciampò, si riprese, ma non salì sul sentiero, proseguì lungo il letto del fiume, sbatacchiandosi la borsa contro il fianco in un movimento convulso. “ Basta ora, l'ho già detto, dobbiamo rientrare, non so di che parla questo ragazzo, e del suo punto di vista, e dei vostri, anche, non me ne importa niente, ecco...” Mentre lei continuava ad arretrare Kiran fece un passo avanti si chinò e raccolse un ciottolo bianco come latte, prendendo poi a soppesarlo nel palmo della mano. “ E sia. Abbiamo capito...ma lei cosa crede che ne pensi questo sasso di tutta la sua vicenda, di quel che ha combinato quando aveva quindici anni, del fatto a cui magari esso ha fatto da testimone involontario, qua, sul letto del Ciuffenna? Vogliamo scoprirne il punto di vista? Perchè mi sembra pertinente! O non le interessa nemmeno quello, magari?” Cominciarono tutti a chinarsi e raccogliere sassi, senza più parlare, Marta saltellava in un atteggiamento libero e leggero che nessuno gli aveva mai visto adottare. “ A me si, il punto di vista del sasso è interessantissimo! Voglio scoprirlo subito! Subito!” Marina Bernini trasformò i passi in corsetta, senza riuscire a credere a quel che vedeva, tra pochi istanti i punti di vista dei loro sassi le sarebbero stati chiari anche contro la propria volontà. Alzò lo sguardo in direzione del primo ponte che pareva un miraggio da quella distanza, su di esso viaggiavano le automobili, c'era la vita che scorreva, c'era la normalità, niente che sgretolasse i rimorsi, infondo, solo quotidianità che anestetizzava il dolore. L'aveva ambita, per un po' trovata, ma non bastava. Avrebbe voluto aspettare primavera per rivedere le foglie che applaudivano dall'alto dei pioppi, ma cosa avrebbero applaudito, ora che era chiaro tutto a tutti, ed anche a lei stessa? “ Rimorso” era la sua parola eterna, non c'era modo di cancellarla, se non cancellando lei, come i ragazzi, misericordiosamente, avevano preso la decisione di fare, interpretando in tal modo il duplice ruolo di carnefici e redentori. Fu solo allora che il sole si mostrò.

Ci sono persone che si macerano nei ricordi, per altri invece tale è il disagio che essi provocano da censurarli sino alla negazione.
Liliana porta ogni giorno i suoi sacchetti di spazzatura fino ai contenitori, per strada. E’ un tratto breve, saranno cinquanta metri, e per la maggior parte delle persone rappresenta un’incombenza antipatica: raggiungerli, premere col piede sulla barra, metterci forza,visto quanto è pesante il coperchio, ricevere in faccia una zaffata di nauseabondi effluvi, alzare il sacchetto, quasi sempre consistente, e ritirare il piede, sbattendo di nuovo giù il coperchio. Ma Liliana svolge questo compito con energia e serenità. Cammina decisa, sul bordo della strada, automobili e camion le sfrecciano accanto. E’ una strada di campagna, il marciapiede è un lusso che fuori paese non ci si può permettere. Una volta liberatasi del sacchetto, Liliana fa retro front, ma prima di ricominciare a camminare, ogni volta, proprio ogni giorno, fa una cosa che non aveva senso fare finché viveva nella grande città: alza il mento più in alto che può, volge la faccia al cielo e s’immerge nel suo azzurro, o nelle sue nuvole, se ce ne sono, ammira e beve da quel mare al contrario, tutta la libertà che vuole. E’ gratis.
I quattro mesi vissuti in città sono stati un martirio solo per quello. La vita non era poi troppo diversa, giornate su giornate, fai questo, fai quello, e il tempo passa. Ma da quel gesto, imprigionata tra le mura dei palazzi, non assaporava libertà, era come alzare gli occhi e guardare dentro ad un camino… in cima solo fumo,un quadratino grigio e nient’altro.
La vita del paese le piace, anche se non ci vive proprio in mezzo. Quando vuole lo raggiunge a piedi, non è troppo lontano. Nei quattro mesi a Milano non ha saputo neanche chi le viveva a fianco. Qui gli abitanti della sua strada si salutano tutti, quelli più in confidenza si fermano a parlare, rientrando dalla passeggiata o dalla spesa. Non si preoccupano che sia albanese.
“Buongiorno , buongiorno signora”
Quel “ signora” la fa ancora sorridere, per il momento. Ha solo ventidue anni. Però è sposata, quindi tecnicamente è corretto.
Dalla parte opposta dei contenitori dell’immondizia, lungo la strada, c’è un capannone basso con un grande piazzale.
E’ tutto recintato da un muretto che prosegue con una ringhiera di ferro fino quasi tre metri da terra. S’interrompe in due punti: Un cancello sul lato frontale, da cui accedono le auto e gli operai a piedi, più volte al giorno, a causa dei turni, e un cancello scorrevole molto più grande, lateralmente, per l’ingresso dei camion che riforniscono materiali e ritirano merce imballata. Liliana non ha idea di cosa costruiscono, ma talvolta s’incanta a guardare il brulichio di persone in quel piazzale, tutti con una specie di vestina azzurra addosso, ragazzi e ragazze, alcuni col giubbotto, chi coi guanti da lavoro, chi sul muletto, alcuni ridendo, alcuni gridando, alcuni fumando.
Indaffarati ma felici.
Da giorni, però, la sua curiosità è attratta da un uomo col cappotto scuro, che ogni mattina, più o meno alle dieci, arriva a piedi dal ponte, si ferma vicino al muretto e guarda in direzione della fabbrica.
“Aspetterà qualcuno”, pensa Liliana osservandolo a distanza. Ma il cancello da cui escono gli operai è lontano. Sembra lì solo per spiare, cosa non sa.
Il quarto o quinto giorno piove a dirotto, Liliana sta tornando a casa dal paese , con il sacchetto del pane in una mano e l’ombrello nell’altra. Lui è già là, non ha l’ombrello, è fradicio dalla testa ai piedi. L’acqua brilla sulle sue scarpe nere ed eleganti, gli cola addosso ma lui pare non accorgersene.
E’ in imbarazzo, perché sa che la sua conoscenza dell’italiano è ancora modesta, ma l’istinto le dice che forse quell’uomo ha bisogno d’aiuto e lei lo segue, avvicinandolo:
“ Signore…”
Si volta di scatto, non l’ha sentita arrivare, la pioggia e le auto che passano fanno rumore.
Anche la sua faccia è bagnata. Non sorride e non risponde.
E’ pallido, non rasato, sembra stanco, o malato, e non è più tanto giovane. Somiglia un poco al suo papà. Dai capelli grigi la pioggia gli gocciola sul cappotto, dentro il colletto che porta rialzato. Ha le occhiaie, come chi non dorme e le guance scavate di chi non mangia.
“ Signore,sta bene?”
Finalmente fa “si” con la testa. Si volta e senza una parola accenna ad andarsene. Lily non ci rimane male, nell’ansia di rendersi utile che spesso le prende rischia di impicciarsi sovente di ciò che non la riguarda. Le è già capitato.
Ma lui fa tre passi, poi si volta indietro, con l’acqua che gli riga la faccia, scorre sulle sue rughe e pare farlo piangere.
Intravede invece un abbozzo di sorriso che gli stira le labbra, un mesto sorriso. Poi dice:
“ Mi scusi...ero un po’ distratto…”
Liliana lo guarda e scuote la testa. Si stringe al petto, insieme all’ombrello, il sacchetto col pane, per liberare la mano, e la tende.
“ Io sono Liliana.”
Lui la prende e gliela stringe piano, e la guarda negli occhi, meravigliato dalla sua spontaneità .
Adesso sono in due sotto l’ombrello. L’uomo le dice che si chiama Carlo, e svela il mistero della sua presenza.
“Sto aspettando mia moglie. Lavora qui.”
Insistentemente volge lo sguardo verso il parcheggio. File ordinate di auto lo riempiono. Sono in maggioranza utilitarie, gialle, rosse, blu, immobili sotto la pioggia che le fa luccicare. La ragazza non capisce. Perché aspetta la moglie così lontano dal cancello dal quale lei deve uscire?
Carlo tira fuori della tasca un fazzoletto di stoffa celestino col quale s’asciuga la faccia, sospira e interpreta il punto interrogativo disegnato nei suoi occhi verdi:
“ Hai ragione. Da qui non può vedermi,quando esce. La vedo solo io.”
Ora il punto interrogativo le occupa tutto il viso, dalla fronte liscia e scoperta al mento ben pronunciato, passando per le rosee , rotonde guance e la gobbetta sul naso.
Qualunque cosa dicesse si sentirebbe stupida.
Carlo comincia a spiegare, non s’imbarazza a parlarle, anche se è una sconosciuta, le parla un po’ come se fosse sua figlia, un po’ come se parlasse a se stesso. Racconta che non sono più sposati, ormai da alcuni anni, lui e la donna che è venuto a spiare. Un tempo avevano una vita insieme, e un figlio. Nella sua voce c’è uno strappo quando pronuncia la parola “figlio”, e Lily non è ancora madre ma, senza che lui lo spieghi, capisce che quel figlio non c’è più. Tutto è finito e per qualcuno, dopo il dopo, c’è ancora la vita. Ma per Carlo no. Sua moglie alla fine ha nuotato fuori dal proprio dolore, lui è annegato.
“ Non voglio niente da lei. Sto qui, la guardo salire in macchina, so che sta bene…”
Liliana chiude l’ombrello, non piove più. Posa una mano sul braccio di Carlo, ha paura di non esprimersi bene, ma dice:
“ Mi dispiace di tuo figlio, e di tua moglie…perché non parli , a lei?”
La sua testa grigia dice no. E spiega:
“ Lei non ha memoria, questo l’ha salvata…per passare oltre a ciò che c’è capitato bisogna nascondere le cose sotto qualcos’altro,altro da fare, altro da vivere, altro da pensare. Se si è memori di ogni istante della vita, come me, che altro puoi fare se non ricordare, e ricordare, e ricordare.. ma nel fango di tutti quei ricordi si rimane invischiati, ho finito per non sapere più cos’era reale e cosa no…”
L’uomo scoperchia la bara del figlio di fronte a lei, raccontandole i fatti loro, Liliana può sentirne quasi i cardini cigolare…
“ Accadde di sabato pomeriggio…Gianni era uscito da dieci minuti, un quarto d’ora, quando suonò il campanello. Mia moglie era sul terrazzo a stendere il bucato. Io mi stavo facendo la barba…”
Si passò la mano sul viso.
“…io credevo che andasse lei ad aprire, lei pensava che lo facessi io, così il campanello suonò una volta, due volte, tre volte, poi fece uno squillo lunghissimo, ininterrotto per sei, sette secondi di seguito. Io e mia moglie ci incontrammo davanti alla porta. Era un amico di Gianni, sconvolto, che ci diceva di correre, perché Gianni era caduto dal motorino, proprio lì vicino. Ci fiondammo fuori, io con la faccia metà rasata e metà no, lei con tre o quattro mollette del bucato pinzate sulla maglia. Ma quando arrivammo era già morto, e lei mi prese a schiaffi perché il motorino a Gianni lo avevo voluto comprare io.”
Non piange, anzi, quando vede Liliana con gli occhi lucidi le fa un sorrisetto:
“ Ma tu chi sei? Da dove vieni fuori?”
“ Io sono Liliana , vengo di Albania. Valona.”
Carlo ride, perché lei non ha capito, quello che stava chiedendo era da dove saltava fuori una persona così carina e sensibile in un mondo di pazzi furiosi come quello, non la sua provenienza geografica. Ha l’innocenza negli occhi spalancati ad accogliere gli altri, è un miracolo di genuinità nel panorama freddo dell’indifferenza generale, è una speranza. Non parla, ascolta.
Il privilegio delle parole altrui le è sempre parso ricchezza, sin da quando, bambina, ascoltava sua nonna che, spicciando faccende di casa, mormorava storie del proprio passato, inframmezzandovi proverbi:
“Punen e some mos e ler per neser”, il lavoro di oggi, non lasciarlo per domani; oppure:
“Gure, gure ngrihet kalaja”, mattone dopo mattone si costruisce il castello.
Liliana, dall’angolino nel quale anch’ella era intenta in qualcosa, pelare patate o sgusciare fagioli, ascoltava con gli occhi bassi sul lavoro. A volte era d’accordo, altre no, ma non contestava le verità che la nonna regalava. Erano le sue.
Carlo si è accorto che Liliana non è più lì. E’ tornata a casa, salita sul treno dei memori dal quale scenderà tra qualche istante, più serena o più triste, chissà.
Si svegliano entrambi, rovesciati fuori dal loro mondo interiore, quando la sirena della fabbrica suona, segnalando la fine del turno.
Cominciano ad uscire gli operai e le operaie, qualcuno corre, forse deve andare a prendere i bambini a scuola, o a preparare il pranzo, molteplici ragioni per affrettarsi, utili motivi per non avere tempo di riflettere. O ricordare.
Liliana sbircia Carlo che fruga il parcheggio con lo sguardo, in cerca della moglie.
L’idea che s’è fatta di lui è che ne sia ancora innamorato, ma che non voglia imporre se stesso a quella donna, per non costringerla a ricordare continuamente il figlio che non hanno più. Il senso di tutti i suoi discorsi, malgrado i fraintendimenti dovuti alla lingua, istintivamente le pare quello.
E’ l’amore più assoluto che si può concepire, non contiene alcuna pulsione egoistica, solo il dono del “bene”, gratuito e senza ritorni.
La ragazza non sa molto dell’amore, si è sposata in fretta, come molte sue coetanee, per sfuggire alla fame e spostare il proprio futuro in un paese di speranza. Ha un marito quasi sconosciuto che però rispetta, e aspetta di innamorarsene. Non sarà difficile, lui ha un buon carattere, soprattutto non la picchia, cosa che invece a qualche sua amica spesso succede. Liliana spera. Spera che finiranno con l’amarsi, come Carlo ama la sua ex, spera che avranno figli, e che saranno felici. Altro non sa, se non che…spera.
All’improvviso Carlo s’irrigidisce, accanto a lei, le stringe il braccio e bisbiglia, curvando la schiena come se volesse nascondersi:
“Eccola…”
Ne segue lo sguardo e individua una figurina sottile insaccata in un piumino rosso lungo fino al ginocchio, i capelli biondi, corti, gli occhiali, la faccia minuta quasi nascosta da una sciarpa beige, che cammina piano attraverso il parcheggio. Poi, da dietro, una voce d’uomo la chiama,bloccandola:
“ Giovanna! Aspetta!”
Lei si volta e ride. L’uomo accenna una corsetta e in un attimo la raggiunge, ha addosso solo la vestina azzurra della fabbrica.
Le mette un braccio sulle spalle. Chiacchierano e ridono, vicini, abbracciati.
Liliana guarda Carlo che guarda.
Il triste destino dei memori è l’eterno, infinito ritorno del dolore, onda su onda, mattone su mattone, finché il castello è costruito, intorno a se stessi. Ma Carlo trova la forza di abbattere il muro e la stupisce:
“Bene…”, mormora,” Adesso che l’ho vista posso andare…mi sembra …che stia bene.”
Lily vorrebbe dire: “ E tu?”
Ma Carlo non le da il tempo.
“ Piacere di averti conosciuta, Liliana di Valona, buona fortuna”, le dice solennemente.
Va via con le mani in tasca, calciando sassi dentro le pozzanghere, pare quasi sollevato, mezzo sorriso gli tende la bocca , lui stesso lo sente, sa che parrebbe folle, se incrociasse qualcuno, ma gli operai a piedi vanno nella sua stessa direzione e non gli badano.
Lily inclina la testa da un lato, osservandolo di spalle, incamminarsi verso il ponte.
E’ uno strano signore, non ha dubbi.
Non racconterà di lui, ad Ilir, quella sera. Commenterebbe, scuotendo la testa, che la curiosità prima o poi le causerà dei grossi guai. E’ consapevole che il suo percepire e sentire gli altri non viene interpretato sempre nel modo giusto, ma lo considera un problema altrui. E’ fatta così. Punto.
Rientra a casa, è tardi, e deve ancora mangiare, ma all’improvviso non ha più fame, il suo stomaco è in subbuglio, ha la nausea.
In un angolo della cucina è appeso un grande calendario con immagini di paesaggi tipicamente toscani, dolci colline ricoperte di vigne ed uliveti. Sta immobile, in piedi, là di fronte e conta. I giorni di ritardo sono nove . Avrà comunque qualcosa di cui parlare ad Ilir, quella sera.
Piano Piano
Adoro la musica, non in particolare la classica ma in questo racconto, la cui ambientazione è addirittura autobiografica, si può definirla protagonista.


La forza di certe piccole donne può insegnare ad altre, molto fragili cosa significhi prendere in mano la propria vita, esprimere se stesse, più semplicemente, vivere e scegliere autonomamente chi essere. Accade a Terry, in un giorno di sole.
Il vecchio sedeva sullo sgabello di fronte al tavolo da disegno. Gli angoli della stanza erano bui ma sotto il cono di luce della lampada alogena la sua fronte altissima riluceva come uno specchio. La matita scorreva rapida avanti e indietro sul foglio, ogni tanto la sollevava un secondo, passava il dito sulla linea tracciata, a sfumare poi proseguiva.
Quel che stava disegnando non gli piaceva affatto. Lo stava provando per conto di un tizio ch'era suo cliente già da qualche tempo e che ogni volta tornava alla carica con idee sempre più strampalate su animali ibridi fusi con astruse, grossolane scritte o enormi foglie di piante tropicali. Li voleva colorati, molto colorati, inoltre aveva la tendenza a cambiare idea mentre stava lavorando. Insomma, l'incubo di ogni tatuatore.
Bruno aveva dipinto su di lui, con pazienza, in silenzio, lasciandolo imprecare dal dolore, ingoiando al contempo il rospo della creazione di certe brutture. Al diavolo, il corpo era suo, per trecento euro a botta se voleva gli avrebbe dipinto sulla pancia perfino la carta topografica dell'Europa, così non si sarebbe mai più perso. Di certo non avrebbe sputato su un guadagno, non in tempi come quelli.
Tiro' indietro la testa disgustato da quell'ammasso di figure accozzate senza logica, Il codino di capelli grigi gli solleticò il collo. Quasi gli pareva impossibile d'esser stato proprio lui a disegnare
l'oscena composizione sul foglio.
Fu in quel momento che notò la sagoma di una persona dietro il vetro smerigliato che riempiva il telaio della porta.
Era in piedi, sul marciapiede.
Ferma, così ferma da parere un monumento.
S'aspettò che mettesse la mano sulla maniglia ed entrasse, ma passarono due, tre, cinque secondi e non accadde.
Capitava venissero da lui aspiranti clienti minorenni. Li aveva sempre rispediti a casa con un due di picche. Almeno fino al giorno del diciottesimo. In genere erano timidi.
Scese dallo sgabello e si diresse alla porta, ma quando la spalancò, fu sorpreso di non trovarsi davanti uno studentello brufoloso.
Di fronte a lui c'era un'imbarazzata signora sui cinquant'anni, di media statura, in leggero sovrappeso, con addosso un golfino color crema sopra un paio di jeans qualunque, né troppo larghi né troppo stretti, un caschetto di capelli biondo platino, quasi bianchi, che parevano vagamente fuori contesto, ed una stramba borsa da medico di campagna anni cinquanta, di quelle in cuoio marrone con la chiusura a soffietto ed il manico doppio al centro della sommità. Pareva piena da scoppiare e pesante nella sua mano.
“Eh....mi scusi, è lei che fa i tatuaggi?”
Non aveva sbagliato. Per quanto paresse strano cercava lui. Si preparò a discutere con una mamma apprensiva che gli chiedeva se magari avesse visto il figlio che bigiava a scuola. Ma lei, pur sembrando effettivamente un po' in ansia, non era venuta per quello.
“ Devo prendere un treno, oggi pomeriggio alle sedici e quarantacinque”, affermò rimanendo sulla soglia, “ pensa di potermi fare un tatuaggio prima che parta?”
Lasciar perdere il brutto disegno dell'idiota con la predilezione per le fantasie zoologiche ed accontentare quella gentile signora gli parve una buona idea. Anche a scatola chiusa, così, senza sapere bene cosa avrebbe dovuto fare.
“ Dipende sempre da quello che vuole, signora, ma venga, abbiamo un sacco di tempo davanti, penso che possiamo fare un ottimo lavoro”.
Lei entrò, si guardò attorno. Era solo una stanza poco illuminata con tanti disegni alle pareti, un paio di poltrone in tessuto verde ed un paravento fatto di bamboo rivestito in stoffa di cotone bianco, dietro al quale s'intuiva la forma d' un lettino simile a quello di uno studio medico, eppure pareva inquietarla. Bruno accartoccio' volentieri lo schizzo abbozzato in precedenza, prese un foglio pulito, lo stese sul piano della propria scrivania e la osservò mentre sedeva nello sgabello di fronte a lui.
“ Non mi guardi così, la prego. Mi sto sentendo già abbastanza pazza per conto mio. Lo sa, non ho mai fatto pazzie in vita mia, solo cose normali. Questa è la prima.”
Si toccò i capelli e guardando il soffitto disse:
“ Beh, no, la seconda, direi.”
Sorrise. Sembrava più giovane quando lo faceva. Bruno inclinò la testa continuando a fissarla.
“Allora? Che aveva in mente di preciso?”
Lei smise di sorridere e ricambiò l'intensità del suo sguardo, forse per prepararlo all'importanza di ciò che stava per dire.
“ Scappare. Sono scappata. Non ho altro in mente, a parte questo.
Oggi ho fatto questa valigia. Mi sono fatta questi capelli. Ho comprato un rossetto. Rosso. E voglio un tatuaggio che, se possibile, copra tutto...tutto... questo.”
Aveva gli occhi lucidi. Gli voltò la schiena, si scoprì la spalla. Una brutta linea liscia e violacea partiva da dietro la base del collo e raggiungeva obliqua il margine inferiore della scapola destra, sin sotto l'attaccatura del braccio.
“ Che cos'è?”, bisbigliò Bruno, senza riuscire a smettere di fissarla.
Lei non si voltò, che le tremava il mento si capiva anche senza vederlo.
“ Tutto l'amore di mio marito ”, rispose, lentamente.
“Ma lo sa?” aggiunse poi, voltandosi con uno scatto repentino:
“ Quel coltello non ha fatto poi tanto male. Mai male quanto le parole. Quando diceva: “Teresa, ma che vuoi fare alla tua età ”...quando sputava sulle mie ambizioni di ritrovare un lavoro, quando rideva con cattiveria di ogni semplice tentativo di indipendenza scambiandolo per una minaccia., quando sminuiva d'importanza in ogni modo la mia opinione, spesso diversa dalla sua. ..no, non c'è dolore fisico come quello che mi faceva parlando. L'unico rimedio era smettere, smettere d'ascoltarlo.”
La donna continuava a tremare e sorridere, in una strana dicotomia di stati d'animo.
“Non si preoccupi, signora”, disse Bruno, con tono rassicurante “ qualcosa possiamo trovare, per mimetizzare la sua cicatrice. Per tutto il resto le basterà il tempo”.
Ecco cosa gli ci voleva. Erano giorni e giorni che aspettava un lavoro da eseguire con tutto l'impegno e la dedizione possibili, con la passione che gli aveva messo messo in mano una macchinetta con l'ago e l'inchiostro a vent'anni, e non gliel'aveva più fatta lasciare. Le storie che aveva ascoltato in tanti anni dagli individui a cui aveva impresso un disegno sulla pelle, avrebbero potuto riempire tranquillamente le pagine di un romanzo. Come le precedenti questa valeva la pena d'essere ascoltata. Chi la raccontava ne aveva estremo bisogno, lui altro non faceva se non accoglierne la necessità.
Disegno' sul foglio una linea obliqua come quella della cicatrice sulla schiena di Teresa, poi comincio' a guardarla con interesse.
“Sa cosa sembra? Sembra una salita....”
Teresa girò attorno al tavolo, per osservare dal suo stesso punto di vista.
“ E' vero....”, gli mormorò in un orecchio, “ è la mia salita...lei è un genio.”
Bruno sorrise appena, senza parlare. Ma il lavoro era solo all'inizio. Adesso il bello era trovare cosa farne, di quella salita.
“Se disegnassi lei su quella salita? Una figura che la rappresenta...sarebbe meglio che stesse salendo o scendendo? Capisce che voglio dire?”
Teresa gli appoggiò una mano sulla spalla.
“ Dunque sta cercando un significato metaforico...no, scendere non è più da me, voglio andare verso l'alto, son caduta fin troppo in basso in passato, se sapesse...”
Pur senza voler sembrare troppo invadente Bruno sentiva la necessità quasi fisica che fossero le emozioni di Teresa a guidarlo nel lavoro. Lei rimase là, con quella mano leggera sulla sua spalla, come un incoraggiamento, ad osservare la matita riprodurre la miniatura della propria figurina, il suo profilo, un braccino che sembrava ondeggiare davvero, nel passo, mentre reggeva l'improvvisata valigia con dentro solo ciò che ora le serviva. Sembrava un fiero, impettito soldatino che non poteva stancarsi di camminare, e sorrideva. Quel sorriso era così identico al suo, innocente, leggero e talmente positivo che avrebbe indotto alla stessa espressione chiunque l'avesse guardato.
“ Si...”, bisbigliò vicino alla sua guancia, “ Sono proprio io...”
Poi l'ombra di un pensiero sgradito le velò lo sguardo e aggiunse:
“ Continuo a chiedermi perché. Perché non l'ho fatto prima.”
Bruno smise di disegnare, ma non si voltò. Ora Teresa si stava guardando dentro. Vedeva il buio da cui era fuggita, le catene pendere nude da quelle pareti senza più nulla da tenere legato...allora appoggiò nuovamente la matita sul foglio , e al principio di quella salita, proprio infondo ne disegnò il mucchietto contorto con il lucchetto a pendere, spalancato e sbieco...
Teresa s'irrigidì, come se per un istante avesse riprovato un'antica paura, poi pian piano tornò a rilassarsi. Lo lasciò proseguire rimanendogli a fianco, cominciando dal principio a raccontare tutto, quando e come aveva conosciuto il proprio uomo, come l'aveva illusa di saper gestire tutto compresa la sua stessa vita, come l'aveva delusa, umiliata, tentato di convincerla d'essere incapace finanche di scelte elementari, come non c'era mai davvero riuscito perché rimanere aggrappata alle parole dei libri preferiti e alle sue amate canzoni aveva tenuto a galla la sua anima, traghettandola sin fuori dall'inferno.
“ La musica mi ha salvato tante volte”, ripeté. “ ma se mi chiedesse di spiegare come
non sarei capace di farlo. Indossare le cuffie per me era come ricevere una flebo d'energia per vivere. Io sola so quanto ne avevo bisogno, ero me stessa appieno quando nuotavo libera nelle canzoni, letteralmente volavo via...”
Bruno annuì e disegnò una manciata di minuscole note che sembravano capicollare giù dalla salita, seguendo da vicino la figurina come topi il pifferaio magico.
Proseguì a raccontare e alcune cose facevano male ad ascoltarle, ed altre erano dolci e piene di affetto nel ricordo, erano le emozioni della sua famiglia d'origine, della quale Bruno capì che non gli restava più nessuno.
Si sentì perciò in dovere di domandarle:
“ E quindi, adesso dove pensa di andare?”
La donna lentamente riprese posto sullo sgabello girando attorno al tavolo. Gli occhi le si illuminarono mentre parlava, fissava il disegno sul foglio, e non riusciva a tenere ferme le mani:
“ Ho risposto ad un annuncio qualche settimana fa. Sono andata a fare un colloquio ed una prova in un altra città, tutto di nascosto. Adesso ho un lavoro, niente di speciale, solo confezionare cibo in un'industria , ma va bene, ho anche affittato una stanza lì vicino; è tutto organizzato, le sembra che dopo tutti gli anni passati a pensarci potessi lasciare qualcosa al caso?”
Bruno non aveva mai visto seduto lì davanti qualcuno così consapevole di sé, della propria forza, della propria capacità di bastare a se stessa.
“ E se dovesse cercarla?”, obiettò.
“ L'ho messo in conto. E siccome ho letto tante cose brutte sui giornali che mi facevano paura, ho preso le dovute precauzioni.”
Teresa si chinò fino a terra, sbottonò la chiusura della propria borsa e fece sparire dentro la propria mano. Quando ricomparve reggeva tra pollice ed indice il calcio di una piccola pistola.”
“ Ehi.....”, si ritrasse Bruno.
“ Eh, lo so, mette l'ansia anche a me...ma è la mia assicurazione. Ho sentito di donne che avevano fatto tante denunce e alla fine sono morte lo stesso. Io non ne ho fatta nessuna. Mi sono detta che gli errori delle altre dovevano pur servire a qualcosa. Diciamo che ho affrontato il problema da un'angolazione un tantino più pragmatica. Come diceva il dottor Lecter nel famoso film... “ Clarisse, il segreto è la semplicità...”, o qualcosa del genere. Spero che non mi serva mai, ma in ogni caso... non sarò io a sanguinare di nuovo.”
La pistola sparì com'era comparsa, nelle profondità segrete della borsa di Teresa.
Sulla sua fronte c'erano diverse rughe parallele, approfondite nell'espressione concentrata che assumeva mentre guardava il disegno di Bruno arricchirsi di particolari.
“ Ecco.” annunciò infine il vecchio artista.
Voltò il foglio dal lato della cliente e disse:
“ Se va bene possiamo cominciare a trasferirlo su di lei.”
“ E' perfetto”, rispose Teresa, “ una cosa sola....”
“ Mi dica pure.”
“ Sarebbe brutto aggiungere una scritta qui sotto? Vorrei ci mettesse il mio nome.”
“ Teresa, dice?”
“ No, Terry. Sono solo Terry. Lo usavo sempre da ragazza ma quando lo conobbi a lui non piaceva, perciò avevo smesso. Diceva che era un volgare nomignolo da mignotta. Che si fottano, lui e tutte le sue stupide fisime, decido io come voglio farmi chiamare.”
“ E Terry sia.”, rispose Bruno, sorridendo. Rivoltò il foglio verso di sé, vergò le lettere in un corsivo svolazzante sotto la linea che delineava la salita, con un lungo baffo a terminare la ipsilon.
Terry annuì soddisfatta. “Bello...proprio così.”
Bruno le disse di aspettare e se ne andò dietro al paravento a sistemare tutto per cominciare a tatuare. Preparò con cura le bustine con gli aghi, le cartucce degli inchiostri, le garze e il disinfettante, su un vassoio sopra ad un carrellino munito di ruote. Stese dal rotolo sovrastante un foglio di carta pulita per coprire il lettino, poi sporse fuori la testa dal paravento.
“Signora? Si può accomodare, adesso.”
Nessuna risposta, nessun movimento.
Teresa non c'era più. Bruno resto' immobile accanto al paravento per almeno un minuto a domandarsi che avesse fatto per infastidirla al punto di scappare, poi abbassò lo sguardo e notò che la sua borsa era ancora lì, per terra, ai piedi dello sgabello.
Si spalancò la porta e lei entrò, reggendo alcuni sacchetti di carta.
“ Arrivando avevo visto il bar qui accanto. Avevo fame...e lei?”
“A stomaco pieno lavoro meglio, si. Ma dobbiamo sbrigarci, o perderà il suo treno.”
Usarono la scrivania come improvvisato tavolo da pranzo, bevvero una birra ciascuno, in silenzio, quasi senza guardarsi, come fosse quello un atto troppo intimo e confidenziale per condividerlo con chi non si conosce tanto bene.
Alla fine Teresa si pulì la bocca con un tovagliolino di carta e chiese:
“ Che dice...mi farà male?”
“ Un po'...è la schiena, per via dei nervi, non fa male dappertutto nello stesso modo, e non a tutte le persone uguale, è molto soggettivo. Ma non è mai scappato nessuno fino ad ora...magari a volte qualcuno s'è fatto uscire qualche parolaccia, quello sì. Ma lei non mi sembra il tipo.”
Lei rise.
“Oh, non mi conosce...sono molto meno educata di quello che sembro!”
“ Non è mica brutto, essere educati...”
“ No, affatto. Volevo solo dire che non sono proprio come mi raffigura lei. Se ne accorgerà mentre mi tatuerà....”
Invece non fece un lamento, proprio nessuno, durante tutto il tempo che il vecchio impiegò a realizzare il proprio lavoro. Stava stesa a pancia in giù sul lettino, la testa girata sul lato, gli occhi chiusi,ma senza essere stretti, solo un leggero movimento delle palpebre tradiva il fatto che non stesse dormendo, per il resto era immobile. In quel silenzio, col vecchio chino sopra come un madonnaro ed i suoi gessetti sul selciato, nell'ovattata atmosfera di estraneità dal mondo propria di quella stanza, si sentiva bene, anche se l'ago le instillava inchiostro sotto pelle pizzicandola. Pensò che le stesse disegnando addosso un futuro possibile, pensò al sorriso della figurina che camminava baldanzosa, l'avrebbe tenuta con sé come una compagna, da quel giorno in avanti, un'altra “ sé ”, per non sentirsi mai sola anche se sola per scelta. Poi, pensò, come si fa ad essere soli in tutto il caos del mondo che ci attornia? Quando accade è quasi un privilegio, un bisogno soddisfatto, un dono inatteso. Come chiudere la porta per parlare soltanto con noi. E farci pure pace, dopo aver tanto litigato.
Anche Bruno aveva smesso di parlare. Ed anche lui pensava.
Solo che nel tratteggiare l'alter ego di Terry, ora non pensava più a lei ma a sua figlia. Quel che restava di lei era la foto di una bambina coi jeans a campana che ride accanto ad un' altalena, una bambina coi capelli rossi spettinati dal vento ed una spruzzata di lentiggini spiritose a punteggiarle le guance. L'aveva nascosta tra le pagine di un romanzo, eppure faceva capolino nella mente così, senza avvertirlo.
“ Che ore sono adesso?”, domando', distraendolo, Teresa.
Bruno si sollevò e alzò gli occhi verso la parete di fronte al lettino. Accanto ad alcuni disegni appesi c'era un orologio a muro con le lancette ondulate ad indicare numeri tutti sbilenchi. Neppure l'orologio era rotondo, pareva essersi come squagliato al calore della lampada che gli stava vicino, sul punto di gocciolare plastica. In realtà l'aveva acquistato proprio così, perché gli pareva rappresentasse il senso del tempo ripiegato su se stesso, flessibile e soggettivo.
“ Sono le quindici...e dieci. E' tardi...”
“ No, è presto”
Non era proprio quello che diceva lo strano orologio?
Presto. Tardi. Concetti relativi e flessibili, come l'orologio stesso.
Il vecchio era veloce, ma aveva lo stesso paura di far perdere il treno a Teresa. La garza che aveva in mano passava rapida sulle goccioline di sangue, le detergeva ed lasciava emergere sempre più chiaramente il disegno sulla pelle. Della brutta cicatrice restava solo il ricordo.
“Sta venendo proprio bene. Spero di non farle troppo...male.”
“ Ancora niente parolacce. Me la sto cavando senza perderci la faccia.”
Bruno pensò che il suo tono divertito fosse tanto, tanto diverso da quello con il quale le aveva chiesto di rimediare al brutto segno sulla schiena quella stessa mattina, che Teresa si fosse ritrasformata in Terry sotto le proprie mani, che avesse lui stesso somministrato l'antidoto all'incantesimo che l'aveva addormentata per vent' anni o giù di lì. Forse era un pensiero un po' presuntuoso. O forse era stato parte di una rivoluzione a sua insaputa. Comunque fosse andata, ne era valsa la pena. Pensò che come molte altre volte, uscita da quella porta e riconsegnata al mondo non ne avrebbe saputo più nulla, aveva fatto presso il suo studio solo un piccolo “pit stop” per rielaborare se stessa.
Ne era infantilmente felice, come stesse compiendo la liberazione di un esotico volatile dalla gabbia troppo piccola.
Quando ebbe terminato e ripulito bene il tutto ci applicò sopra della pomata allo zinco ed una pellicola di plastica trasparente, che aderì alla perfezione.
“ Fatto. Adesso l'ho medicata, dovrà comprare questa....”, le mostrò il tubetto “ e usarla tutti i giorni per due settimane. Forse avrà bisogno di farsi aiutare da qualcuno, non sarà facile arrivarci da sola, visto dove si trova. Il tatuaggio sembrerà sfogliarsi, non si spaventi, è solo lo strato più superficiale della pelle che viene via, quando cesserà di farlo vedrà il risultato definitivo.”
Teresa, con addosso solo il reggiseno, si sollevò dal lettino senza voltarsi, raccolse il golfino che aveva usato come poggiatesta e lo indossò muovendo le braccia con cautela. Poi guardò l'orologio “liquefatto” e disse:
“ Bene, abbiamo fatto in tempo. Ancora mezz'ora, prima che parta il mio treno. Era l'ultimo... in tutti i sensi.
Bruno comincio' a riordinare, a buttare via gli aghi e le garze usate, mentre Teresa stava a guardare.
Non c'era niente da dire così non lo dissero.
Solo quando il sole comincio' a battere sullo spicchio di vetro colorato posto al centro della porta, abbassandosi oltre lo spazio coperto dalla tenda esterna, Bruno, preso a cuore il suo destino di donna in fuga le ricordò che era tempo di salutarlo ed andare.
“ Non so quanto devo pagarla, e sarà sempre troppo poco...”, bisbiglio', in piedi, vicino alla porta, col manico della borsa stretto fra le mani.
Lui abbassò gli occhi e rispose: “ Per i lavori fatti con piacere non ho mai preso soldi in passato e non lo farò oggi. Lei mi ha offerto il pranzo, siamo a posto così.”
“ Ma sta scherzando?”
“ No, ho smesso definitivamente nel millenovecentosettantatre , dopo che mi rubarono l' Harley Davidson.” ”
Risero entrambi, poi, senza mai smettere di guardarlo negli occhi Terry gli porse la mano e lui la strinse vigorosamente.
“ Buona fortuna, Bruno”
“ Tutta per lei, Terry. Tutta tutta.”
La porta si aprì e si richiuse rapida alle sue spalle, così Terry ed il suo tatuaggio andarono a prendere il treno, mentre Bruno restò in piedi in mezzo allo studio, in pace, a sorriderle come fosse ancora lì.

Seduta alla tavola ancora apparecchiata, accanto al nonno, col suo bel quaderno nuovo di fianco, Bea pretendeva da lui qualche aneddoto sulla guerra che aveva vissuto, ad uso del proprio compito per casa.
Lui, con tutta calma, le rispose:
“ Rifiutati, non scriverla, angelo, la storia di quella guerra. Se non la scrivi forse non l'avremo mai combattuta, potremo fingere che sia stata soltanto un brutto film visto al cinema, potremo riempirci la bocca di popcorn anziché di terra e fango, immagineremo che siano palle di neve quelle che allegramente ci cadono vicino, non bombe, e non sarà il sangue dei compagni a coprirci ma pioggia di primavera, di quella che velocemente cessa, lasciando il posto al sole.”
Ma lui sapeva che nulla era stato veloce ed indolore e non era neanche d' accordo con quei tipi incravattati e tirati a lucido che in tv o nelle scuole invocavano la necessità di profondersi in continue rievocazioni dei fatti accaduti, con tanto di supporti visivi originali dell'epoca, reduci in divisa, corone d'alloro, e sindaci impettiti accanto col tricolore intraversato sul petto come un inutile orpello.
“ Ti diranno che parlano per esorcizzarla, per allontanarla, non credergli. Parlano per farsi del male, e provandolo ricordano a se stessi che sono ancora vivi, e sotto sotto ne gioiscono, è solo questo, è solo questo...”
Beatrice scosse il capo, facendo tentennare i riccioli, drizzò gli occhiali che le stavano sempre storti e roteando gli occhi dietro le lenti sbuffò:
“ Uffa, nonno, ma non potresti solo limitarti a parlare di qualcosa che hai visto coi tuoi occhi? Il mio professore chiede quello, qualcosa di vero, qualcosa di realmente accaduto durante la seconda guerra mondiale, te cominci a girarci intorno e non ne usciamo più ma non racconti mai nulla, infondo...”
Il nonno si alzò spostando bruscamente la sedia e le voltò le spalle: “ Non vedi che ho i piatti da lavare? Che facciamo, li lasciamo nel lavandino fino all'ora di cena? Poi alla mamma glielo spieghi te, quando torna dal lavoro? Su vai, vai a fare i compiti...”
Bea protestò : “ Allora non hai capito nonno, è questo il mio compito, oggi, non ho da fare altro che questo...dai, infondo i piatti puoi lavarli anche mentre parli...”
Di lì a poco sarebbe passata alla supplica vera e propria, così Nino, con le mani infilate nella bacinella ricolma di schiuma e stoviglie si arrese alla nipote:
“ la guerra, angelo, la guerra...sembra una parola sola, invece è una scatola piena di tante altre parole: rabbia, fame, nostalgia, freddo, paura. Quando la sento usare in televisione ho l'impressione che stiano tentando di fare il ritratto a qualcuno che non hanno mai visto. Come se ti dicessi: “Bea, disegna mia mamma, la tua bisnonna, si chiamava Rossana, aveva i capelli rossi e le lentiggini...” e tu ci puoi provare, e ti verrà fuori un'immagine di donna ma come potrà essere davvero la tua bisnonna? Sarà solo una donna che le somiglia...così quando voi parlate, e dite guerra, dite quello che conoscete della guerra, che è stata invece mia compagna davvero, per anni e che dunque io, e pochi altri, siamo capaci di presentarvi, nella sua più reale realtà.
La guerra è una stronza che fotte tutti, scusa la crudezza. Chi la vince paga un prezzo, non è mai gratis, chi la perde perde tutto, che è il prezzo più alto. Dovresti chiedere ai soldati tedeschi che erano in Italia e che hanno rivisto i figli e le mogli dopo anni, quanto gli sono mancati, quanto li avranno pensati, nelle lunghe notti in cui nulla succedeva e non c'era che da pensare alla propria vita; perché sai, alla fine erano soltanto uomini, uomini anche loro. Dall'altra parte c'eravamo noi.
Adesso un professorino di prima liceo, fresco di laurea, quanti anni potrà mai avere, ventotto, trenta? Vuole sentire vere storie di guerra, lui. Bene, Bea, eccone una che non è mai stata raccontata, preparati a scrivere.”
Nino muoveva le mani nell'acqua e nella schiuma si formavano le immagini, vedeva le nuvole come quel giorno, camminava di nuovo sul sentiero sterrato che conduceva al paese, la ghiaia scricchiolava sotto il passo strascicato dei suoi scarponi.
Erano le quattro del pomeriggio, e ritornavano stanchi, avevano percorso almeno cinque o sei chilometri dalla mattina per vedere se qualcuno nel paese vicino aveva ancora farina. Il sacco che Domenico teneva sulla spalla era pieno solo per un quarto della propria capienza, meglio che niente. Lui e Nino si conoscevano sin da bambini, un tempo scorrazzavano rubando ciliegie nel campo del vecchio Carrai, per il solo gusto di farlo fesso, visto che ce n'erano ovunque nei dintorni, adesso insieme facevano la Resistenza.
All'improvviso gli spari.
Spari di fucile, parevano. Dal paese.
Nino e Domenico cominciarono a correre, ma c'era la salita, sotto i loro passi e pareva di restare fermi anche muovendo le gambe a più non posso. Quando si furono arrampicati quasi sino in cima scorsero un soldato in divisa fermo in mezzo al sentiero. Impugnava il fucile e guardava giù. Balzarono tra i cespugli alla loro destra, facendoli frusciare, poi s'immobilizzarono.
“ Nino che facciamo?”
“ Non lo so, aspettiamo. Quanti saranno?
“ Nino hai sentito? Sparavano...mia mamma...”
“ Ho sentito Domenico, ho sentito, pensavi che venissero a portarci le paste? Bisogna capire quanti sono, dai comincia a muoverti, passa di là, non possiamo andare su dalla strada, non pensare a tua mamma, ora ”
Nino sembrava non avere mai paura. Aveva questa specie di fredda capacità di ragionamento che lo rendeva autorevole agli occhi di Domenico, questo modo d'isolare le azioni da compiere immaginandole separate l'una dall'altra, semplificandone la sequenza, rendendole facili. Una cosa alla volta, un passo alla volta. Bastava fingere che non sparassero e lui era diventato bravo a fare finta di tutto, che non c'era una guerra, che non erano morti tutti gli amici veri tranne Domenico, che non si poteva nemmeno pensare al giorno appresso perché chissà se si restava vivi tanto a lungo. A pensare che avevano trentanove anni in due faceva male. A farsi far male si finiva per morire persino prima che fosse l'ora. Nino ricordava di aver preso la propria paura e d'essersela messa in tasca, come si fa col mazzo di chiavi quando non serve subito. Poi la sua mano aveva afferrato la manica del giaccone di Domenico, trascinandolo verso l'alto.
“Dai, ti ho detto, muoviti...e metti via quella stupida pistola, a che ti serve adesso”
Il mento di Domenico tremava:
“Ma se...ma se...ma se ci vede...”
“Che cazzo vede, sei tutto verde nella macchia, pensa a muoverti, se ti parte un colpo sì che ti vede...e non far cadere quel sacco...”
Nino avanzava carponi, l'erba s'attaccava alle mani, i sassi e i legnetti le pungevano e lui proseguiva pensando a sua sorella Giulia, seduta sulla panca di legno accanto alla porta di casa in piazzetta, con la mano levata in aria un momento, a salutarlo, intenta a fare e disfare la lunga treccia rossa tanto per passare il tempo, come Penelope che attende Ulisse.
Domenico strisciava dietro di lui, poteva sentirne il fiato reso pesante dall'angoscia, ch'era più per la sua famiglia che per sé stesso. All'improvviso si fermò, la testa di Domenico gli si abbatté contro il sedere.
“Oooh!”, protestò l'amico.
“ shhhhh, zitto!”
Si voltò verso di lui, con un indice alzato e gli occhi sbarrati e fissi.
Un uomo camminava lungo il sentiero che si trovava alla loro sinistra, facendo schizzare via i sassolini. Lunghi stivali neri allacciati stretti. Non li aveva ancora visti, ma non ce n'era bisogno. Nemmeno ascoltare quei discorsi, sarebbe stato d'aiuto. Non conoscevano il tedesco.
Il soldato accanto a loro urlò, le sue parole erano un garbuglio di consonanti che sembravano dette per offendere ma poi rise, e il commilitone poco distante da lui rise a sua volta.
Continuarono a parlare passeggiando apparentemente a caso su e giù per il sentiero, mentre Nino e Domenico respiravano piano, vicini a loro, nascosti all'ombra di frasche odorose di rosmarino che evocavano ricordo d'arrosti assaporati nell'infanzia, un milione d'anni prima, mentre restavano immobili al riparo dei cespugli, scomodamente acquattati tra le radici nodose di un pioppo. Di tanto in tanto li raggiungeva il fumo delle sigarette che i soldati stavano fumando. A stento Nino trattenne uno starnuto, strizzando forte il naso nella morsa delle proprie dita, poi riprese a respirare il più silenziosamente possibile.
Lui e Domenico avevano smesso di parlarsi ma avevano occhi che dicevano tutto, della disperazione e della speranza, dell'impotenza e del desiderio di rivalsa contro quel nemico che aveva schiacciato i loro sogni sotto pile di corpi, così tanti da rendere impossibile contarli o riconoscerli, seppellirli, dimenticarli...
Poi qualcuno dalla cima della salita gridò una frase e i due soldati subito buttarono per terra le cicche e si diressero rapidi verso di esso.
“ Domenico, svelto, succede qualcosa, andiamo, andiamo... ”
Nino ricominciò ad avanzare carponi tra gli arbusti. Avrebbe voluto mangiarsi la salita a balzi veloci delle proprie lunghe, magre gambe, entrare in piazza e vedere Giulia seduta proprio dove l'aveva lasciata al mattino, coi capelli tra le agili mani e il sorriso spensierato sospeso tra le guance piene, congelata nella luminosa bellezza dei suoi quattordici anni.
Ma quando a fatica, consumandosi ginocchia e palmi delle mani, giunse a sbirciare da dietro l'ultimo ostacolo, un muretto fatto di pietre e malta, in piazza non trovò nessuno.
Sentì Domenico drizzarsi alle sue spalle. Lo rimise giù con una manata.
“ Aspetta.”
Domenico si fece piccolo piccolo, solo qualche ciuffo dei suoi capelli spettinati e non tagliati da tempo sporgeva dal muretto.
“ dobbiamo pensare a quello che facciamo...se ti metti a correre e a cercare come un pazzo magari sbuca uno da lì...o da lì...e ti spara. Poi cosa faccio io da solo? Aspetta....devo ragiona...”
Ma non riuscì a finire la frase perché s'udirono gli scoppi improvvisi d'una raffica di mitraglietta, come castagne non incise dalla lama esplose nel recipiente sul fuoco o nodi di ceppi ancora verdi gettati dentro al camino, ai quali seguirono grida terrorizzate di donne e bambini.
Allora Nino capì che non c'era il tempo, per aspettare e ragionare e schizzò fuori dal nascondiglio come una cavalletta lanciandosi attraverso la piazza, poi giù per una delle viuzze tra le case, dalla quale in effetti sembrava provenire tutto il fracasso.
Mentre correva lo sapeva già, che da lì non s'andava da nessuna parte. Al limitare del bosco, superato il muro dell'ultima casa si apriva solo uno spiazzo sterrato da cui si poteva guardare in basso, cercando di scorgere il corso del fiume che i rovi s'ostinavano a celare intersecandosi tra loro. E basta.
“ Li uccidonooooo!!” urlò Domenico superandolo nella corsa. Nino s'attaccò alla sua maglia come un calciatore che commette fallo così rotolarono entrambi nella strada. Domenico si divincolava dalle braccia che lo trattenevano, ma non gli sfuggì.
“ Lasciami andare!! Lasciami andare!!”
Nino lo schiaffeggiò, uno schiocco forte, come un colpo di frusta sulla guancia.
“ Sta zitto!!”
Restarono a guardarsi, le bocche spalancate ad ansimare, seduti in mezzo alla polvere del selciato come bambini sorpresi a giocare con le biglie. Nino non spiegò accuratamente al suo amico che tacere era per ora l'unica fragile regola a garanzia della vita, e Domenico non rispose rassicurandolo che adesso aveva compreso e che l'avrebbe rispettata, ma d'improvviso ammutoliti ripresero a correre guardandosi attorno e cercando d' alleggerire perfino la pesantezza dei propri balzi.
Prima che terminasse il profilo dell'ultima abitazione, svelando la radura oltre la quale non si andava più, qualcosa andava detto e fu Nino a farlo, fermandosi :
“ Qualcuno è morto, lo sai, vero?”
Domenico non lo guardava, allora lui lo obbligò ad alzare il mento stringendo le mani ai lati della sua testa:
“Chiunque sia morto non ha più problemi. Ha finito. Noi preoccupiamoci di chi è ancora vivo.”
Fecero due passi, s'affacciarono dall'angolo. Ed erano tutti là.
Riconobbero parenti stretti e compaesani, accovacciati a terra in un angolo con le mani sulla testa, fili d'erba tremanti al vento di quella disgrazia.
Videro sui volti dei bambini gli occhi più grandi che fossero mai esistiti, pozzi nel cui fondo precipitavano tutti i sogni.
E sul limitare dello spazio oltre il quale s'apriva il dirupo, in mezzo ai sassi e alla polvere, la treccia rossa della Giulia, miseramente tagliata, giaceva arrotolata su se stessa come un serpente morto.
Nino smise di respirare. Vide sua madre, il viso sprofondato nelle mani, vide lo zio Roberto che si teneva una mano sulla tempia dalla quale colava del sangue e da sotto lanciava occhiate truci ai soldati. Vide nonna Angiolina, la crocchia di fili d'argento tutta disfatta, come la torta ammaccata da un pasticciere distratto. Giulia non c'era. Non era neppure accovacciata nel capannello formato dalla mamma di Domenico, le vicine di casa,Vittorio l'anziano barbiere e i numerosi bimbi.
Intorno a loro i soldati camminavano lentamente, le mitragliette tra le braccia, tracciando cerchi come avvoltoi. Uno in particolare, forse un superiore, parlava un cattivo italiano pieno di f al posto delle v.
“Foi italien niente cervelli, foi nulla intellighenzia, nulla...., ma tanto foi presto finire...”, sghignazzò.
Nino e Domenico si sorpresero a tenersi per mano. Le labbra di entrambi formarono la frase muta: “ Ma la Giulia?”
Non seppero darsi risposta ma seguitarono entrambi a fissare quel che di lei restava, per terra, a raccontare che sino nella radura con tutti gli altri c'era venuta. Poi la madre di Nino sollevò lo sguardo e li scorse. Gli si velarono gli occhi di pianto, essi parlarono la lingua muta della paura, sillabando loro di non uscire dal nascondiglio, per carità.
Restarono così, immobili, gelati nel proprio sudore, ma capirono presto che non sarebbe stata la sua, una richiesta facile da soddisfare; d'un tratto videro un soldato sollevare un ragazzino che singhiozzava prendendolo per la camicia, e trascinarlo sull'orlo del baratro. L'orrore si compì così, senza preavviso, in un lampo, di tempo e di polvere da sparo. Il corpicino rotolò per secondi che durarono ore, frusciando tra i rovi quindi finì nell'acqua con un tonfo.
Fu nel manicomio di grida che seguirono che all'improvviso, senza che Nino potesse impedirlo Domenico uscì dal nascondiglio pazzo di rabbia, sparando e urlando a squarciagola: “Giuliaaaaaa!!!
Capire di colpo cosa significava la treccia rossa lì a terra l'aveva reso cieco. Mentre lo vedeva cadere trafitto dai colpi delle mitragliette che erano convogliate subito su di lui, Nino percepiva che in nessuna lingua avrebbe potuto dissuaderlo, in nessun modo avrebbe lenito quel furore, era andato a cercarsi il punto dopo la parola fine, perché non ci fosse più un dolore assurdo come quello di perdere il primo amore, a cui dover sopravvivere. Nino smise ancora di respirare e rientrò piano piano dietro l'angolo di muro per non guardare la mamma di Domenico lacerarsi il volto di unghiate, per non vedere il corpo del giovane amico accartocciato nella polvere come uno spaventapasseri strappato via dal vento, per smettere di fissare l'ultima traccia lasciata da Giulia sulla terra.
Qualcuno nella radura, forse suo zio, strillò “assassini maledetti” poi gridarono solo le mitragliette, ancora, ed ancora. Per ultimo gridò il silenzio e fu più forte di tutti.
Nino cominciò a camminare, un passo, dopo un passo, che pareva difficile invece era possibile, poi un altro ancora e nemmeno s'udivano più, ridere e borbottare i soldati, e neanche gli sembrava d'aver schiaffeggiato Domenico soltanto poco prima, sulla guancia ancora tiepida, sembrava accaduto giorni, anni, secoli prima.
Quando arrivò alla discesa camminò volutamente dritto, proprio in mezzo al sentiero, pensando:
“ ecco, mi vedranno, ora che hanno finito torneranno in piazza”
Ma non accadde, ed arrivò in fondo. Girò attorno alla quercia e proseguì, infilando le mani in tasca come se stesse passeggiando.
“ Ecco, ora staranno meglio”, si disse, piangendo, mentre le dita trovavano il freddo metallo della pistola.
“ Ecco, ora sono tutti insieme”, pensava, fermo in mezzo alla strada che costeggiava il podere del Carrai, estraendola dalla tasca, e guardandola.
In una sorta d'incredulità la spostava, dalla mano destra alla sinistra, dalla sinistra a alla destra.
“ Ed ora”, gli sibilava la voce di Domenico all'orecchio,” Cosa la tiri fuori a fare, ora? Perché ora? Perché prima no? Perché? Perché?”
La scaraventò nel campo come se scottasse e prese a correre piangendo. Voleva allontanarsi e andava più' veloce, quasi cadeva, quasi volava, e non era mai abbastanza perché qualsiasi fosse la sua velocità nulla l'avrebbe mai allontanato da se stesso.
Le spalle di Nino si scuotevano nel pianto, nel riferire momento per momento alla nipote la storia di una guerra che s'era mangiata un paesino in un pomeriggio qualunque, aveva capito che non sarebbe potuto cambiare nulla, se quel giorno la pistola che aveva in mano avesse sparato. Il suo sarebbe stato un altro nome inciso sulla targa del Monumento ai Caduti della piazzetta, invece quel nome era riuscito a darlo ai suoi figli, ed anche a lei.
“ Lo vedi, angelo”, disse asciugandosi la faccia con uno strofinaccio da cucina, “ lo vedi perché non la racconto, la guerra? Se ne parlo li uccide ogni volta, e non lo posso impedire, li tortura di nuovo, sempre... così li lascio stare e penso che stiano tutti dormendo in pace, aspettandomi da qualche parte...”
Beatrice strappò via la prima pagina del quaderno e l'accartocciò, restando a guardarlo mentre cercava di riprendere il controllo, divincolandosi dagli artigli affilati del passato che non smettevano di ferirlo. Inghiottiva saliva e lacrime, fissando la schiuma nella bacinella e cercando di mettere a fuoco un' immagine che non c'era più.
Alla fine si decise a salutare i propri fantasmi, distolse lo sguardo e riuscì a sorridere:
“ Che fai, li asciughi tu i bicchieri, angelo?”
“ Certo, nonno.”
I

L'invito di un'amica a partecipare ad un incontro dell'associazione Amnesty International, nella quale ella militava,fu all'origine di questo breve racconto. Mi colpirono molto le storie che ascoltai, mi risuonarono nella testa finchè non lo scrissi. Ringrazio ancora Agnese per quella esperienza.
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